MOSCHEA: Dazzi colpevole o “candidato manciuriano”?

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Gennaio 2, 2015 by redazione

Di: Pier Paolo Santi & Francesco Sinatti

I lettori sono oramai a conoscenza del nostro metodo: alcune volte nelle inchieste partiamo dal locale per proseguire nel nazionale. È un metodo che permette di essere dettagliati ma nel contempo lineari e chiari anche su tematiche complesse.

“Non sarebbe male sopprimere il tribunale di Massa, visto la pessima prova di se che ha dato in questa vicenda”.

Questa frase del Pm Longi, pronunciata durante la requisitoria della IV sez. penale del tribunale di Torino, riecheggia ancor oggi a distanza di due anni nelle scelte del tribunale di Massa che ha deciso in proposito di nominare, in questi giorni, il professor Andrea Perini in qualità di superperito, che dovrà entro 90 giorni :

“…. stabilire se il credito da 9 milioni di euro con il governo dell’Iraq dovesse essere considerato patrimonio iniziale netto del maxi fallimento dell’azienda Dazzi per il quale l’imprenditore Paolo Dazzi si trova con l’accusa di evasione fiscale. Il contratto (credito) di 9 milioni di euro con l’Iraq è infatti al centro di un processo per omessa dichiarazione dei redditi ….con relative tasse da pagare…….”. (Tirreno)

Ciò significa che nell’intricata vicenda nemmeno l’attuale giudice ci vede chiaro, se ha deciso di nominare il perito del caso Mills-Berlusconi.

Facciamo un passo indietro per riassumere la vicenda che ha inizio negli anni 90, quando all’impresa “Dazzi Pietro e figli” salta una commessa da 50 milioni di dollari per una fantomatica moschea da costruire in Iraq. Di li a poco scoppia la prima guerra del golfo, della moschea non se ne farà più nulla, e la commessa rimarrà “sospesa” senza essere onorata dal governo di Saddam Hussein al punto da essere cardine del fallimento della ditta. Tutto chiaro? No per niente!

Perché nella vicenda, si apprenderà in seguito, sono coinvolti o presi in causa nomi di Giudici del Tribunale di Massa in compagnia di “colletti bianchi” e avvocati, protagonisti a vario titolo nella vicenda, che vede un credito INE – SE – GI – BI – LE (per 9 milioni di euro) divenire prima oggetto di cessione ad una società offshore per 77.000 euro e di li a poco riscosso per l’intero importo presso una filiale del Banco di Roma in Toscana. Puzza di bruciato! (la questione che vede il contenzioso tra Dazzi e le Banche sarà analizzata approfonditamente nelle seconda puntata)

“Dazzi fece richiesta alle banche di recuperare i fondi iracheni, ma non ottenne risposta. Poi, dopo anni di contenzioso, seguì la vendita del credito (16 milioni ceduti per 77mila euro) da parte della curatela a una società inglese che trovò i dieci milioni. Il tribunale condannò le banche al risarcimento di 9 milioni che entrarono così nel bilancio della curatela”. (La Nazione)

Com’è possibile che un credito dichiarato INESEGIBILE (non recuperabile) da tribunale di Massa risulti subito dopo facilmente incassabile, ma solo dopo essere stato ceduto alla “fantomatica” Server Plus Ltd. per la “risibile” cifra di 77.000 euro!? Pare che la stessa domanda se la sia posta il giudice Fabrizio Garofalo attuale titolare dell’inchiesta, come risulta dal verbale d’udienza :

“……scusate se v’interrompo, ma questa società inglese, come faceva a sapere che c’era questo credito?”

Già come faceva a sapere la Server Plus del credito in questione se non direttamente legata alla vicenda?

Vediamo meglio cosa si apprende dalle cronache dell’epoca, su questa società sita a Londra, che narrano come la Server Plus, a cui fu ceduto il credito, fosse rappresentata dall’avvocato Rinaldo Reboa (foro di Massa), in seguito condannato per concorso in bancarotta fraudolenta dal tribunale di Torino (a conclusione del processo “Dazzi”). Cioè a dire che il terminale della cessione del credito era un professionista massese che certo poteva essere ben informato della vicenda Dazzi senza troppo sforzo.

Ma ciò che meraviglia di più è che il tribunale accetti, non al decimo tentativo, bensì solo al secondo, di AUTORIZZARE la cessione di un credito per 9 milioni di euro a fronte di soli 77.000 euro. Questo dettaglio ci lascia perplessi.Benché si potesse ritenere il credito (a torto o a ragione) inesegibile risulta quantomeno inconsueto che al secondo tentativo il Tribunale di Massa ne autorizzi la cessione visto la “fitta nebbia” in cui era (ed è) avvolta la vicenda del fallimento.

Qualcuno sapeva? Chi potrebbe aver pilotato la vicenda per trarne profitto? Come si è giunti a questa “pilatesca” soluzione della cessione?

Ciò che lascia ancor più perplessi, ed autorizza a dubitare dell’operato del Tribunale, è che si tratti di una cessione autorizzata dal tribunale stesso con somme detenute presso due banche e assegnate, in seguito, dal giudice onorario Laura Donatiello per l’appunto moglie del Paolo Dazzi, condannato a sette anni e mezzo nella vicenda. Conflitto d’interessi? Mah?! Che dire….tant’è! Sicuramente, si poteva scegliere di meglio.

In effetti, nelle accuse indirizzate al tribunale di Massa e ai suoi giudici, il pm Valerio Longi parla di: «criminale incompetenza di molti giudici che si sono occupati di questa causa»….. a cominciare dall’ex presidente del tribunale di Massa, Francesco Bonfiglio, che ha sfilato come teste in tribunale a Torino…..secondo l’accusa avrebbe assegnato all’allora giudice Donatiello la procedura esecutiva alla Server Plus.

Per il pm Longi quello di Bonfiglio:

«E’ stato un comportamento assolutamente ignobile».

A proposito degli altri giudici, sfilati come testimoni (Pulvirenti, Alba Dova) Longi dichiara durante la requisitoria:

“Speriamo di averli mandati in pensione, insomma almeno a qualcosa l’indagine è servita, è stata un’azione di pulizia, di auto pulizia, nel senso che tutti gli interessati o quasi sono andati in pensione. Perché poi quel fallimento (ditta Dazzi) è stato dichiarato (solo) nel 2001, e avete mai sentito a Torino di una procedura fallimentare che sta in piedi per un anno e mezzo….”

Parole di fuoco quelle del Pm Longi che sottolineano un intreccio inquietante fra giudici, avvocati e imputati. Come si può pensare a valutazioni “serene” da parte di questo Tribunale senza dare adito a remore e retro pensieri che rendono il significato di GIUSTIZIA, quantomeno precario e traballante, per non dire degno di legittima suspicione?!

Anche l’ultimo interrogativo, riguardante la dichiarazione di fallimento, non è da ritenersi privo di valore. A questo proposito il Pm segnala una procedura anomala rilevando un periodo insolitamente lungo prima della dichiarazione di fallimento della ditta. Cosa è accaduto in questo frangente? Certamente non potevano mancare l’avvicendamento di consulenti e curatori fallimentari che cambiano in una vorticosa girandola di nomine fino ad arrivare, come sempre, al solito impareggiabile Giulio Andreani. Direte Voi: ” ..sempre a Lui?!” Si sempre a Lui!

(Continua nella seconda puntata)

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