DESTABILIZZAZIONI ORGANIZZATE

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Maggio 25, 2014 by redazione

Di: Pier Paolo Santi & Francesco Sinatti

bandiera libica inchiostro scomodoChi si avvantaggia nella stabilizzazione del Medio Oriente? Quale stato o fazione negli attuali assetti internazionali sarebbe favorito da una “normalizzazione” dell’area? Attualmente nessuno. Non è una priorità ne per l’occidente ne per Arabia Saudita, Qatar, Egitto, Turchia e Iran. Il grande caos venutosi a creare in Medio Oriente, non permette a nessuno di “egemonizzare” l’area senza causare drastiche conseguenze. Per tale motivo è necessario mantenere una certa instabilità. Fluidità, cambiamento continuo di scenario, in modo da poter permettere di sancire nuove alleanze altrimenti non praticabili.

Per rendersene conto basta pensare all’excursus degli ultimi due anni. Mentre la componente sciita con Iran e Siria in testa (appoggiati dagli Hezbollah) sta riprendendo campo dopo una fase di drammatica difficoltà, i piani del Qatar sembrano ridimensionarsi e perdere la capacità d’influenzare l’intera area (come nel caso dell’Egitto appoggiando i Fratelli Mussulmani). Il presidente Turco Erdogan, dopo le innumerevoli difficoltà legate agli scandali, agli scontri interni e alle crescenti tensioni in politica estera, pare abbia abbandonato temporaneamente la linea “zero problemi con i vicini”.

Tutto ciò deve dare una lezione. Chi influenza intere aree (vale per l’occidente come per alcuni paesi arabi) deve avere l’accortezza di calcolare vantaggi e svantaggi nelle proprie azioni. Non sempre viene valutata una politica di previsione (e prevenzione) di scenari futuri.

Emblematico i casi di Libia e guerra civile siriana. Sostenere fazioni di ribelli anti governativi può risultare una mossa vincente se si ha come obiettivo la caduta del regime, tenendo in debita considerazione però che chi viene appoggiato potrebbe avere contatti con fazioni jihadiste. Allora non solo si destabilizzerebbe l’area, ma se ne perderebbe anche il controllo.

La recente escalation in Libia e il blitz del generale Khalifa Haftar ne sono un esempio lampante. Alcune fazioni, come “i Leoni del monoteismo” (milizia jihadista della Cirenaica), leggono questa manovra come una strategia occulta dell’Egitto di Al Sisi. Altri, come l’unica via per smantellare la rete jihadista nel paese. Di fatto si è venuta a creare una situazione d’instabilità in Libia, stato chiave del nord Africa (politicamente ed economicamente). Non c’è dubbio che parte di questa instabilità si è venuta a creare per calcoli sbagliati degli Usa – UK e Francia, oltre al generale disinteresse della comunità internazionale (calcolato?) attualmente concentrata esclusivamente sull’Ucraina. L’Italia è l’unica nazione occidentale ad avere una reale preoccupazione per quanto sta accadendo, tanto che il sottosegretario alla sicurezza Marco Minniti dichiara al Sole 24 Ore:

” …ogni mattina inizio la mia giornata pensando alla Libia ….siamo ad un passaggio cruciale, perché lo stallo politico – istituzionale e quello dell’industria energetica stanno spingendo il paese verso un stato di frantumazione politica e sociale…”.

L’Italia potrebbe essere determinate per il contributo diplomatico alla stabilizzazione in Libia, dove si giocherà la prossima partita per gli assetti della regione. Gli analisti Ayat Mneina e Ayman Grada affermano: “Se il Qatar dovesse intervenire in Libia a sostegno degli islamici porterebbe Sauditi ed Emirati a compiere la scelta opposta a favore di Haftar”.

Ma tutto ciò è cosa risaputa. Quello che invece bisognerebbe analizzare, con più attenzione, riguarda gli atteggiamenti Europei. Se di fatto esiste l’intenzione di mantenere instabile il Medio Oriente occorre emarginare nella politica estera anche quei paesi Europei che possono contribuire significativamente alla stabilizzazione. Qua entra in gioco l’Italia. Una nazione (non dimentichiamoci inclusa nella NATO) che da sempre intrattiene rapporti costruttivi con Israele e Turchia e con paesi Arabi e Iran(anche in fasi diplomaticamente delicate e calde). Rapporti quest’ultimi che sono sempre risultati “indigesti” a Washington. Storica l’intesa fra Italia e Medio Oriente che trovò il suo apice con la politica energetica di Enrico Mattei, primo presidente dell’Eni (Ente Nazionale Idrocarburi). La linea d’azione adottata era semplice quanto efficace: dare e avere senza sfruttamento. Una condotta che avrebbe reso ricco il Mediterraneo, ma non le sette sorelle che decretarono la fine del progetto con il presunto sabotaggio dell’aereo con il quale si schiantò Mattei. Nonostante un evidente declino politico (legato a scandali e corruzione diffusa) l’Italia potrebbe offrire molto alla diplomazia internazionale nell’area Mediterraneo. Il paese si è mosso bene seguendo e partecipando attivamente nel favorire gli accordi fra Occidente e Iran. Significative le dichiarazioni del presidente Rohani nell’incontro avvenuto con l’ex ministro Emma Bonino:

“L’Italia ha giocato il ruolo di partner importante della Repubblica islamica e finora ha funzionato da porta per le relazioni fra Iran ed Europa”.

Nonostante ciò, l’Italia, è stata nuovamente messa all’angolo dai così detti alleati. Perché? Gli interessi economici (sopratutto in campo energetico) sono tanti e non si può permettere all’Eni di riprendersi un ruolo nel tessuto economico, energetico e politico in Medio Oriente, tantomeno con l’Iran (che ricordiamo possiede il secondo giacimento al mondo). Se L’Italia è realmente intenzionata a diventare un filtro fra Occidente e Oriente, deve evitare un eccessivo spostamento verso la Nato. Esistono tuttavia segnali che indicano una linea d’azione contraria. Una di queste è la nomina a responsabile AISE (Sicurezza esterna italiana) di Alberto Manenti, uomo che sa come muoversi nel complesso mondo dell’intelligence, anche perché è stato un componente della VIII° Div. AISE. Proprio per i suoi trascorsi nell’VIII° Div., Manenti potrebbe spostare gli equilibri interni ai Servizi italiani verso la NATO. Non è un caso che la nomina sia stata caldeggiata dal neo Presidente del Consiglio Matteo Renzi, da sempre convinto sostenitore d’Israele (i rapporti Mossad – Manenti sono più che ottimi).

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