LA BANDA DI MONTIGNOSO

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Febbraio 4, 2014 by redazione

DI: Pier Paolo Santi & Francesco Sinatti

banda di montignoso inchiostro scomodoProseguiamo la nostra inchiesta su la presenza dei gruppi criminali tra la Versilia e La Spezia. Una inchiesta che sta mettendo in luce aspetti volutamente tenuti nell’ombra? Scomodi quanto determinanti in casi non risolti? Pare di si. Abbiamo visto che negli anni 90 due gruppi si aggiudicarono il controllo della zona, quello di Musumeci e di Lodovico Tancredi. Come abbiamo già scritto, in questa storia sono fondamentali le alleanze. Un aspetto deve però essere ancora chiarito. Alla metà degli anni 80 su questo territorio, operava una banda particolarmente attiva e pericolosa, da noi definita “la banda di Montignoso”. Racconteremo la loro storia, ma prima occorre porci delle domande. La banda era appoggiata da un noto boss, Salvatore Gullo (Don Vito). Un uomo “cerniera” tra Cosa Nostra e altre organizzazioni criminali? Ciò spiegherebbe il ruolo della banda in zona. Un ruolo dettato da collante tra gli altri due gruppi (come noi riteniamo) o un terzo incomodo? Sta di fatto che dopo lo smantellamento della “banda di Montignoso”, nel 88 ha inizio una sanguinosa guerra tra Musumeci e Tancredi. Quali equilibri erano saltati? Coloro che ritengono che si tratti di una storia del passato si sbagliano. Alcuni dei componenti delle bande di allora, nonché famiglie (come i Nuvoletta per la camorra), potrebbero tutt’ora avere un ruolo nello scacchiere. Per questo ce ne stiamo occupando.

LA BANDA.   Si trattava di una fitta rete di collegamenti fra Italia e l’estero per il commercio della droga. Montignoso risulterà la cittadina perno della vicenda dopo un eclatante indagine internazionale.

Nel novembre del 1985 le forze dell’ordine fecero irruzione in una villetta di Montignoso. Un luogo tranquillo e isolato a ridosso di una collina, apparentemente lontana dagli orrori della cronaca. Stanza per stanza dopo il primo controllo, gli investigatori scoprirono un cadavere crivellato di colpi, avvolto in un lenzuolo. L’impressione fu subito quella di un’esecuzione a freddo. La vittima sarà identificata come Luciano Corsetti, un giovane diciottenne d’Areola, provincia di La Spezia.

L’autopsia eseguita all’ospedale SS Giacomo e Cristoforo, constatò due colpi alla testa e uno alla gamba sparati da un arma calibro 7.65. Nel covo vennero trovate poi droga, matrici, documenti e dollari falsi. Per

l’esattezza dieci chilogrammi di hashish Pakistano, due etti d’eroina purissima (99%). Una merce per un valore corrispettivo di centinaia di milioni di vecchie lire. Lasciati in bella mostra anche passaporti falsi con le foto di diversi criminali, patenti e materiale finalizzato alla falsificazione.

Altri elementi come bilancini di precisione per misurare accuratamente la droga, attrezzature per il filtraggio più una serie di solventi chimici, fecero presupporre che il covo fosse anche una zona di smistamento. La lista proseguiva con matrici e dollari falsi, circa trecento mila in banconote da cinquanta. Nessuna traccia dei malviventi. Dileguati. La fuga era stata senza alcun dubbio precipitosa, non avevano avuto il tempo di recuperare la “roba” e i materiali. Perfino i due temibili cani da guardia, un dobermann e un pastore tedesco erano spariti con i criminali. La Procura, con il lavoro congiunto di Polizia e Carabinieri, diede il via ad una serie d’impressionanti di arresti e fermi in Italia e all’estero. Da quel fatidico giorno cominciarono a delinearsi le principali caratteristiche della banda.

Per cominciare ben venti arresti, cento perquisizioni eseguiti sul litorale tosco-ligure (notare sempre il collegamento tra Toscana e Liguria quando trattiamo di criminalità organizzata e mafia).

Salvatore Gullo (Don Vito) risultava essere boss e mente indiscussa dell’organizzazione.

L’FBI lo arrestò nella sua abitazione del New Jersey proprio dopo l’operazione di Montignoso. Una simile operazione richiese l’intervento della Criminalpol di Sicilia, Toscana e Liguria. Intervennero nelle indagini e negli arresti all’estero le polizie statunitensi (FBI), inglesi, svizzere e tedesche. Si venne così a scoprire una fitta rete di spaccio e un’organizzazione di notevole portata dove tutto era pianificato e organizzato fin nel minimo dettaglio. La droga, di prima scelta, partiva dal Medio Oriente per compiere un lungo viaggio: prima Turchia/Iran – Pakistan – Italia (i numerosi corrieri per l’Europa partivano da Montignoso) – America Latina – Stati Uniti D’America. Un quotidiano del 4 febbraio 1986, alcuni mesi dopo l’accaduto, riporta:

“La droga di produzione Turco-Iraniana, arrivava in Pakistan dove il mercato era controllato da tale Izbullah Khaniazi. Dal Pakistan la droga arriva in Italia. Dall’Italia prende strada verso l’America. Oltre che dal Pakistan la droga veniva anche dallo Sri Lanka… La pista della cocaina invece partirebbe in Bolivia”

Montignoso, quindi, punto di riferimento da cui partivano i corrieri per tutto il vecchio continente. Una responsabilità enorme per il capo della “banda di Montignoso”. Lo stesso uomo che ha ucciso Luciano Corsetti.

IL CAPO.  Il suo nome era Vito Arresta d’origine spezzine. Come era diventato referente di Salvatore Gullo? Prima degli anni ottanta non era considerato nemmeno una pedina nello scacchiere criminale, un semplice bullo, violento e desideroso di diventare ricco e temuto come nella fantasia di un criminale di provincia. Il grande salto avviene nel 1981, quando trovandosi in Sicilia dette inizio a una serie di rapine (per la precisione quattro), ad alcune banche: Banco di Sicilia, Cassa di Risparmio di Agrigento, Banca di Naro, Banca Popolare di Canicattì. Venne arrestato e rinchiuso nel carcere di Caltanissetta ma quelle azioni lo fecero notare alla mafia sicula. Ebbe inizio così la sua vera carriera criminale e con essa il sogno d’onnipotenza.

Furono anni avventurosi in compagnia della sua donna, un’infermiera di Sondrio. Processato in primo grado, durante la fase dell’appello ottenne la libertà provvisoria a condizione di non lasciare la Sicilia. Fuggendo, fece esattamente il contrario. Questa è la storia di Arresta prima di divenire il boss della “banda di Montignoso”.

Dopo la sua precipitosa fuga dalla villa comparve un articolo interessante, in grado di far comprendere cosa voglia significare entrare nel giro della malavita:

“Di Vito Arresta, presunto assassino del Corsetti nessuna traccia. Non va dimenticato che la brutale uccisione del giovane è stata una “imprudenza” che in certi ambienti esige una “ripartizione” di pari portata. Perciò lo spezzino potrebbe essere in pericolo su entrambi i fronti: quello della giustizia e l’altro dei suoi stessi complici. È un uomo braccato e bruciato definitivamente”.

Il 27 novembre del 1985 gli ordini di cattura salgono ad ottantanove con centinaia di persone da interrogare, quarantadue in ambito nazionale. Nel frattempo la stampa cominciava a venire a conoscenza delle dinamiche della perquisizione condotta nel covo di Montignoso. A far scattare un’operazione, iniziata cinque mesi prima con intercettazioni e appostamenti, fu proprio una conversazione telefonica in cui Vito, ingenuamente, confessò al suo interlocutore di aver ucciso il giovane spezzino. Con una certa freddezza avrebbe riferito di volersi sbarazzare del cadavere solo dopo aver cenato, così da non dare troppo nell’occhio.

I fotografi e i giornalisti assediarono la villa, una costruzione apparentemente isolata e non distante da una collina. Una villa diventata una sorta di Bunker. Perfino la posizione era stata accuratamente scelta per la funzione: c’era una sola strada d’accesso ben visibile, mentre il retro offriva due vie di fuga sicure attraverso un uliveto. Certamente usate quel giorno per sfuggire alla morsa della giustizia. Gli investigatori cominciarono ad interrogare sistematicamente anche i vicini e la gente del posto poiché ogni informazione risultava preziosa. Omertà (ne sappiamo qualcosa)! Le persone temevano una ritorsione nei loro confronti.

Solo in un secondo tempo cominciarono a filtrare timidamente notizie e qualcuno raccontò di aver udito effettivamente rumori strani, spari, movimenti insoliti provenienti da quella villa. Il 29 novembre Polizia e Carabinieri cominciarono a trovare anche le prime armi al Pasquilio (montagna sopra Montignoso). Armi da guerra, per la precisione: Carabine, fucili “Garant”, doppiette, lanciarazzi, un mitragliatore “Mauser”, una mitraglietta, otto cassette di munizionamento Nato 7,62 più una grande quantità di caricatori e accessori di ricambio.

La Nazione scrive:

“Il collegamento tra la malavita della riviera Apuana e quella della provincia di Spezia diventa sempre più tangibile e ogni anello viene individuato e spremuto dagli investigatori che hanno fiutato una pista sicura…. Dalla Spezia viene avanzata l’ipotesi che un pentito collabori. Più verosimilmente invece è che sia stato individuato il momento giusto (per le indagini nda)”.

Nel frattempo cominciarono ad emergere anche le prime risposte sulla morte del giovane spezzino e a delinearsi gli eventi di quel drammatico sabato.

Tre le domande fondamentali: perché si trovava nella villa? Quali rapporti aveva con l’organizzazione? Perché fu ucciso?

A rispondere al primo interrogativo un amico della vittima, P.G. anche lui diciottenne residente a Spezia. Poco dopo l’accaduto si presentò terrorizzato in una centrale di polizia, pronto a raccontare quello che sapeva. Aveva portato l’amico nella villa e la ragione era legata semplicemente all’acquisto di droga. Sosteneva di essere rimasto in macchina quando all’improvviso aveva sentito degli spari provenire dalla villa. In preda al panico e alla paura di fare una brutta fine, partì con la sua macchina a tutta velocità guidando in modo spericolato, al punto da fare un incidente ritornando a casa tramite passaggio. Solo il lunedì mattina venne a conoscenza della morte dell’amico. Il perché dell’omicidio è sicuramente legato all’organizzazione. Alcuni sostennero fosse sorto un contenzioso, altri accusarono il ragazzo d’essere troppo ambizioso e di voler scavalcare il gruppo.

A seguire le indagini sull’organizzazione, il Sostituto Procuratore della Repubblica che ritroveremo spesso nelle cronache legate a quel periodo o ad episodi importanti come il caso Dazzi a Carrara: Augusto Lama. Il Procuratore capo all’epoca dei fatti era Giovanni Panebianco. Solo in seguito, quando l’inchiesta si allargò inaspettatamente, subentrò il Procuratore Vincenzo Di Nubila .

QUESITI. Interessante sono gli sviluppi che vedono coinvolto Vito Arresta. Indicativo uno stralcio d’articolo di Reppublica datato 1989:

“Vito Arresta confessò l’ omicidio e fu condannato. Ma poco dopo saltò fuori che un giudice popolare non aveva prestato giuramento, e il processo era quindi da rifare. Scattò a questo punto la decorrenza dei termini di carcerazione e Vito Arresta tornò in libertà, con l’ obbligo però di risiedere a Varese Ligure”

Ma come è possibile che sia accaduto un simile errore procedurale? Solo distrazione e incompetenza? Questo potrebbe riportare l’indagine ad un livello che affronteremo, come nostra abitudine, nei prossimi articoli. Tutto ciò potrebbe dare fastidio.


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