HUNTING FOR “RED DEVIL”

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Novembre 20, 2013 by redazione

By: Pier Paolo Santi & Francesco Sinatti

Weapons, human organs, radioactive wastes and drug traffics: a complex journalistic investigation through Europe and Africa.

NEWS_79472( Molti lettori stranieri ci hanno chiesto di riassumere l’inchiesta su Diavolo Rosso)

Odore di sangue dall’Est. “Diavolo rosso, traditore”. Una scritta in italiano sul muro dell’abitazione di un suicida. Meglio, presunto suicida. Un giornalista di grosso calibro della testata francese “Le Figarò” muore in circostanze misteriose nel maggio del 1996. Xavier Gautier negli ultimi anni della sua vita si era occupato assiduamente di un grosso traffico d’armi dalla Bosnia. Una inchiesta lunga, complicata, snervante e molto pericolosa. Gautier era riuscito a pubblicare un bell’articolo sull’argomento tirando in ballo mercenari, sopratutto italiani, e un traffico che partendo dalla Bosnia si diramava in Austria, Italia e Somalia. Dopo un anno sabbatico, presumibilmente passato a scrivere un libro su una rock star americana, il giornalista decide di trascorrere qualche tempo nella sua casa in Spagna, a Maiorca. L’ultimo viaggio. La polizia lo troverà impiccato dentro l’abitazione. Frettolosamente la Procura Iberica archivia come semplice suicidio: pare che il giornalista da tempo manifestasse segni di depressione assumendo, a volte, un comportamento schivo e irascibile. Non è dello stesso avviso l’ex moglie, che lo aveva incontrato poco prima del suo viaggio in Spagna. Altro particolare trascurato, la scritta sul muro. Una frase ambigua. Chi è “il diavolo rosso”? Cosa ha a che fare con il giornalista? Perché “traditore”? Il caso del giornalista del “Le Figarò” è uno di quelli che stiamo seguendo da tempo perché potrebbe rivelare inquietanti retroscena su traffici d’armi internazionali e non solo. Gautier aveva puntato il dito su degli italiani.

 “LA FONTE”. Trieste parrebbe fungere da città transito per “monumentali traffici d’armi” e centrale di reclutamento di mercenari. Proprio in questa città del nord Italia, Gautier avrebbe incontrato una fonte: con molta probabilità si trattava di Roberto Delle Fave, mercenario attivo nella guerra Serbo-Croata. Sarà una coincidenza ( a nostro avviso costruita ad arte) ma pare che la fonte avesse proprio come sopranome  “Diavolo rosso”. La scritta “Diavolo rosso, traditore” era un avvertimento al mercenario che ha tradito una sedicente organizzazione, facendo da fonte al giornalista francese? Il presunto mercenario aveva contatti con qualche militare della Nato? Quest’ultima è una domanda che approfondiremo nel corso dell’inchiesta.

IL DEPISTAGGIO. Riteniamo che alcune dichiarazioni di Delle Fave, siano un misto fra verità e invenzione e per questo aleggia sulla vicenda una certa confusione. La circostanza che l’ex mercenario sia ancora vivo non è da trascurare. Perché se in qualità di “fonte” avesse effettivamente indicato la giusta direzione a Xavier Gautier, sarebbe stato Lui ad essere ucciso e non il giornalista (un uomo alla ricerca della verità). Non si tratta di un particolare secondario per chiunque sia a conoscenza di come opera l’intelligence. Assassinare Roberto Delle Fave sarebbe risultato molto più semplice che non un giornalista di una importante testata. Il sedicente mercenario conduceva una vita rischiosa e trovarlo privo di vita non avrebbe suscitato grossi interrogativi, anzi. Si tratta solo di un ipotesi? Xavier fu depistato da Delle Fave che collaborava con la NATO? Il sedicente mercenario tira in ballo le Nazioni Unite ma non potrebbero essere “affari” organizzati piuttosto dalla NATO? In un intervista menziona la Legione Straniera coinvolta in questi traffici a Sarajevo, quando sembrerebbe più opportuno valutare in tali vicende l’operato dei servizi tedeschi. In questa inchiesta abbiamo collegato casi apparentemente distinti fra loro, ricomponendoli in uno scenario più ampio. Tutte queste vicende si sviluppano in Italia.

Tra il 1990 e il 95 è accaduto qualcosa all’interno del sistema militare italiano. Morti misteriose, traffici inconfessabili, insabbiamenti, infiltrazioni d’intelligence deviata, fanno da sfondo ad una inchiesta inquietante, quella su Diavolo Rosso. Ma chi è Diavolo Rosso? Da tempo stiamo cercando di definire se si tratti di un individuo, un reparto o il nome in codice di una operazione sotto copertura. Proseguendo il lavoro avviato con i precedenti articoli siamo giunti ad uno snodo chiave.

LUCI SU UN OMICIDIO DIMENTICATO  Il Maresciallo Marco Mandolini, paracadutista della Folgore, viene ritrovato barbaramente ucciso sugli scogli del Romito (Livorno). È il 13 giugno 1995. Le indagini prendono da subito una piega superficiale, indirizzando l’attenzione sul mondo dell’omosessualità. Amici e colleghi sostengono che il maresciallo non avesse frequentazioni di questo tipo. Prima di essere ucciso Mandolini ha lottato con tutta la sua forza e abilità. Non è bastato. Si ritiene che il suo assalitore ( o più d’uno) siano stati addestrati nello stesso modo. Altri militari dei reparti speciali? Perfino il luogo dove è stato rinvenuto il cadavere appare improbabile. Alcuni hanno sostenuto l’ipotesi che fosse stato ucciso nella caserma “Vannucci” di Livorno e solo in un secondo tempo trasportato sulla scogliera. I familiari non hanno mai creduto alla versione ufficiale, ritengono che il loro congiunto sia stato ucciso perché era venuto a conoscenza di segreti irriferibili. Effettivamente il maresciallo dopo il ritorno dalla missione “Ibis” in Somalia non era più lo stesso sia psicologicamente che fisicamente. Sempre i familiari sostengono che Mandolini avrebbe parlato di commilitoni morti in Somalia in circostanze sospette. In un intervista fatta da “Famiglia Cristiana” alla madre e al fratello di Marco si legge:

“«Su questo omicidio – afferma Francesco Mandolini – nessuno ha fatto nulla, nessuno ha voluto indagare. Sembra che tutti siano d’accordo con quel telefonista che ai nostri genitori consigliò di lasciar perdere». Marco Mandolini, secondo la madre Linda, «sapeva troppo e non doveva parlare più». Quando il parà rientrò dalla Germania era preoccupato e ai fratelli avrebbe detto: «Hai visto? Ogni tanto ne fanno fuori uno». La morte dei militari in Somalia lo inquietava e lo disse senza mezzi termini. «Il suo ambiente l’ha scaricato, lui era schifato e questo senso di intolleranza è poi emerso in altri suoi colleghi. Per questo è morto»”

Germania? Si perché il maresciallo era d’istanza nella base NATO di Weingarten. La Germania in tutte le nostre inchieste riguardanti la NATO assume un ruolo fondamentale e strategico, soprattutto i suoi servizi segreti (consigliamo di vedere articoli). Siamo andati a consultare gli elenchi dei caduti in missioni estere, concentrandoci su morti sospette, il più delle volte definite e archiviate dalle autorità militari come “incidenti”. Molte cose non tornano. Spesso sono emersi, in un secondo tempo, elementi che fanno ritenere le cause dei decessi legate a “fuoco amico”, che vuol dire tutto e niente. Armi e uranio impoverito sembrano l’anello di congiunzione.

CONOSCENZE. Mandolini era in collegamento diretto con un’altra vittima di questa storia: il maresciallo Vincenzo Li Causi, uomo dei servizi segreti (Sismi) operativo in terra somala. Li Causi era anche la fonte della giornalista uccisa Ilaria Alpi. Erano diventati amici quando l’aveva conosciuta in Tunisia ad un corso di lingue. Un dispaccio ad ulteriore conferma dell’esistenza di un traffico di armi e del coinvolgimento diretto dei due militari menzionati. Nel dispaccio figurano i nomi in codice “Ercole”, riferito a Mandolini, e “ Vicari” a Li Causi.

“ Il documento è classificato come riservato: «Nostro operatore Ercole, est accreditato presso ufficio sped. Oto Melara La Spezia. Est confermato invio materiale vostro Centro come da n. 101/0. Confermata data spedizione. Disporsi adeguate ed efficienti misure copertura visiva in area per detto periodo. Per particolare riservatezza operazione richiedesi presenza Capo Centro Vicari. Eventuali difficoltà mi siano immediatamente esposte avvalendosi mezzi più solleciti. Ulteriori comunicazioni in cifra. Trasferimento da farsi con mezzi di superficie M.M. (Marina militare, ndr) per vostro deposito Favignana. Vostro specifico materiale est trasferito adiacenze ospedaliere Lenzi-Napola. Est necessario attivazione temporanea campo Milo. Immediata risposta in cifra».

Tradotto in un italiano non militare, il dispaccio afferma che “Ercole” sta per effettuare il trasporto di materiale proveniente dall’Oto Melara, un’industria bellica spezzina, destinato al Centro Scorpione. Data la delicatezza dell’operazione, viene richiesta la presenza del capo Centro, Vicari, che da fonti ufficiali risulta essere il nome di copertura di Vincenzo Li Causi. Il campo Milo, invece, dovrebbe essere il vecchio aeroporto militare di Trapani, ormai in disuso ma riattivabile all’occorrenza in poche ore. ”

Nel traffico d’armi erano presenti anche ordigni ad uranio impoverito? Effettivamente in terra somala anche le forze Usa hanno impiegato una massiccia quantità di missili ad uranio impoverito con i loro elicotteri. Drammatiche la testimonianza di un militare italiano, Marco Diana, ammalatosi in seguito a questi bombardamenti:

«I missili sparati dai loro elicotteri sollevavano enormi nuvole di polvere bianca. Quella polvere ci avvolgeva e noi la respiravamo. E ridevamo degli americani che poi scendevano sul campo avviluppati in tute che li facevano sembrare dei marziani. Ridevamo e non sapevamo che stavamo respirando un veleno che ci uccideva».

L’UOMO CON L’ESERCITO PRIVATO. Fa la sua comparsa come ambiguo protagonista nell’assassinio di Ilaria Alpi l’imprenditore piemontese Gian Carlo Marocchino. Non stiamo a riportare la cronistoria degli eventi, molti hanno scritto su questo caso, ma poniamo delle semplici domande: si dice che Marocchino all’epoca dei fatti fosse in stretto contatto con i servizi segreti italiani. Si dice anche che possedesse un suo piccolo ma letale esercito privato, composto da 150 miliziani. L’arsenale faceva intendere il grado di professionalità e finalità del gruppo: Kalashnikov, Browning 50 ed M16. La paraola d’ordine nelle prossime righe sarà: MER-CE-NA-RI.

Marocchino era l’unico civile in grado di organizzare convogli umanitari dal nord al sud del paese somalo, con il suo piccolo esercito. Non pensate male, è solo per difendersi dai banditi. Era diventato un punto di riferimento per tutti coloro che operavano in Somalia, compreso le organizzazioni umanitarie. Tra le morti sospette, ma ovviamente non c’entra con il caso, quello di una suora assassinata in circostanze ancora avvolto dal mistero (stiamo acquisendo informazioni sull’omicidio). Strane analogie con quanto accadeva poco tempo dopo in Croazia e in Bosnia, dove si dice che i convogli umanitari servissero il più delle volte a coprire traffici di ogni sorta (armi e organi compresi).

La nostra inchiesta prende una svolta esclusiva. In molti ci hanno consigliato di non pubblicare. Ovviamente il diritto di cronaca davanti a tutto!

TEOREMA.  A questo punto ci sono molti elementi convergenti che farebbero ritenere “Diavolo Rosso” non una persona fisica bensì una operazione sotto copertura. Un gruppo di mercenari altamente addestrati, usati per “lavori sporchi”, per conto dei servizi segreti italiani, tedeschi, Usa (componenti parte Nato deviata)? Epicentro operativo dovrebbe essere la Croazia e il Nord Italia. Chi ci ha sempre seguito conosce le nostre inchieste su traffici d’armi e rifiuti proveniente da questa terra ( come il caso della nave Jadran Express) e personaggi menzionati come imprenditori dediti a affari opachi. Roberto Delle Fave, che viene spesso definito “Diavolo Rosso”, in verità dovrebbe essere solo un uomo dei servizi utilizzato per depistare le indagini e lo stesso giornalista Xavier Gautier, assassinato perché troppo vicino alla verità? ( Per i lettori stranieri consigliamo di andare a visitare inchiostroscomodo.com). Se esisteva, che fine ha fatto l’esercito privato di Marocchino dopo le operazioni in Somalia? Hanno agito anche in Croazia e in Bosnia? Un nuovo collegamento? Sono domande che porremmo al Pm incaricato. Certo è che se andiamo a rileggere gli Atti della “Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Ilari Alpi e Milan Hrovatin, martedì 20 Aprile 2004”, a pagina 44 troviamo un possibile anello di congiunzione tra gli affari in Somalia e quelli in Croazia. L’anello è rappresentato da Guido Garelli, faccendiere in stretti rapporti con l’intelligence americana e italiana.

“……. la voce popolare era che egli fosse nell’Europa dell’est e in effetti, guarda caso, lo prendono in Croazia: lo dice lui, nell’interrogatorio. È un servizio che gli fecero i servizi croati mentre lui stava facendo cose strane ma sempre attinenti – a suo dire – a vicende di spionaggio in quell’area; lo presero, lo pestarono a sangue, lo caricarono su un aereo e lo spedirono, dando esecuzione ad un «definitivo» per semplice associazione a delinquere finalizzata a truffa e furto di auto.
Scrissi al giudice di sorveglianza, un po’ per esplorare la situazione – è agli atti -, per vedere se qualcosa ne usciva e se quel signore fosse oggetto di altri indagini. Spiegai al giudice di sorveglianza per quale motivo volevo sapere se fosse oggetto di indagini: potrebbe essermi utile saperlo, dissi, per poter fare indagini collegate o se è un «definitivo». La risposta fu nel senso che sostanzialmente non risultavano altre indagini, che scontava un «definitivo», che era stato sentito da organi di polizia – l’espressione era «non meglio identificati» – per cui io, pensando male, ritenni che fossero organi così, non proprio una polizia giudiziaria delegata ad indagini per processi in corso. Questo fatto, accompagnato all’alone che nelle nostre indagini circondava Garelli, mi indusse…

PRESIDENTE. …a ritenerlo un personaggio protetto.

LUCIANO TARDITI, Sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Asti. Esatto…”

Guido Garelli è ricollegabile anche a Giancarlo Marocchino (guarda caso). A confermarlo è lo stesso Marocchino in un intervista:

«… Mi state forse accusando di essere il mandante? Roba da pazzi. Non ho mai conosciuto
Oliva ( si riferisce all’attentato nei confronti di Franco Oliva, Funzionario Ministero degli Esteri che aveva messo in dubbio la sua correttezza N.D.A). Quando è stato ferito mi trovavo a Nairobi, cacciato dagli americani.
Ho appreso in seguito che il mattino del 29 ottobre 1993 il dottor Oliva si recò per motivi personali all’aeroporto internazionale di Mogadiscio, sebbene l’ambasciata italiana avesse sconsigliato di andare in quella zona, giacché erano stati segnalati scontri». Conosce Guido Garelli? «Sì. L’ho conosciuto a Milano, nell’ufficio di Flavio Zaramella, a capo dell’Associazione Italia-Somalia. Credo fosse il 1992, ero in Italia, evacuato in fretta e furia dalla Somalia, come tutti gli italiani allora presenti nel Paese. Garelli si presentò come ammiraglio dell’Autorità territoriale del Sahara e mi disse che aveva ingenti quantità di cibo che avrebbero alleviato le sofferenze dei somali, che erano ridotti alla fame. Io gli consigliai di contattare un’Organizzazione non governativa, Sos Kinderdorf, con sede a Nairobi. E a Nairobi rividi Garelli nel luglio-agosto 1992. Poi lui si recò per qualche giorno a Mogadiscio. So che l’accordo non si concluse, dal momento che Guido Garelli pretendeva un forte anticipo».

Esiste davvero “l’operazione Diavolo Rosso” ? Si è conclusa? Stanno tutt’ora cercando d’insabbiarla? Siamo ad un nuovo capitolo, quello che vede C130 pieni d’armi all’ uranio impoverito, piloti morti, giovani reclute uccise. Esiste “un filo rosso di morte” che lega le caserme fra Livorno e Pisa? Faccenda tutta da chiarire e da far conoscere all’opinione pubblica. Nel prossimo articolo

blog scomodo

I due giornalisti italiani. Da sinistra Pier Poalo Santi, Francesco Sinatti

 

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