UN ORDIGNO PERFETTO

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Novembre 18, 2013 by redazione

Di: Pier Paolo Santi & Francesco Sinatti

untitledAlcune inchieste si caratterizzano per la loro complessità, sia sotto l’aspetto tecnico che investigativo. Nomi, società, transazioni possono depistare e confondere chiunque. Bisogna, pertanto, procedere con linearità nella trama degli eventi ponendo i giusti presupposti. Il compito dei giornalisti, in fondo, consiste proprio nel saper trovare le domande adeguate da inserire nel contesto. A volte si ha la fortuna che la risposta risieda nello stesso quesito, allora anche una oscura vicenda assume una connotazione più chiara. Fra gli “affari” ancora irrisolti non possiamo trascurare il Marble Hotel. Nell’intenzione dei costruttori l’hotel doveva diventare uno tra i più accoglienti dell’intera zona apuana. La collocazione della struttura era stata scelta con cura: all’uscita del casello autostradale di Carrara (Toscana). Il Marble Hotel potrebbe essere la causa di un plateale omicidio avvenuto il 15 maggio del 1991 a Carrara. Dobbiamo soffermarci sull’accaduto, perché l’episodio potrebbe far presupporre una infiltrazione mafiosa nel progetto iniziale dell’Hotel svelando nuovi retroscena su una serie di attentati avvenuti in quel periodo.

CRONACA DI UN ATTENTATO.  Gli ordigni esplosivi, più di ogni altra arma, rispecchiano le vere intenzioni degli uomini. Un noto professionista entrò in un Alfa 164 rossa targata Ms 236878. Direzione Carrara.

Ore 8.30, l’auto imbocca l’incrocio tra Via Galilei e Via Campo D’Appio (località Avenza).

Ore 8.55 il dramma: un boato scuote una città incredula e fino al quel momento ancora inconsapevole. L’Alfa sbanda e conclude la sua corsa schiantandosi drammaticamente contro il muro del giardino di una palazzina. L’ingegnere Alberto Dazzi respira ancora nonostante le gravissime mutilazioni inflitte al suo corpo. La disperata corsa verso l’ospedale risulta inutile. Dazzi muore portando con se un segreto. Gli assassini dell’ingegnere erano certamente dei professionisti. Sotto il seggiolino del guidatore era stato collocato un candelotto di cheddite (esplosivo da cava) del peso di cento grammi. Una operazione chirurgica. Chi poteva avere interesse ad assassinare Alberto Dazzi? All’epoca le indagini puntarono sugli anarchici e sulla criminalità organizzata. Approfondiamo la pista legata alla malavita.

BANDA DELLA MAGLIANA.  Secondo un pentito ad uccidere Dazzi è stata la banda della Magliana, per fare un favore a Giuseppe Mignani detto anche “il Volpe” (soprannome datogli per la sua scaltrezza). Sembra che Dazzi avesse chiesto una grossa quantità di denaro a Mignani senza restituirlo. Non solo. Pare che Mignani avesse l’intenzione di aprire una bisca clandestina nel Marble Hotel.

Mignani sembrerebbe assumere un ruolo determinante nella vicenda. Il 23 ottobre del 1991 le forze dell’ordine diedero il via a una mega operazione antimafia in Toscana. A essere colpita fu l’organizzazione riconducibile a Carmelo Musumeci, clan rivale a quello di Ludovico Tancredi e del “Volpe”. I due clan si resero responsabili di omicidi e violenze nell’intera fascia costiera che partiva da Livorno fino a La Spezia. Un importante indizio per ricondurre anche la morte di Dazzi alla pista mafiosa? Alberto Dazzi all’epoca era presidente della Caprice, una società immobiliare. L’ingegnere stava trattando altri importanti affari in particolare sulla strada dei marmi (settore tutt’ora a rischio infiltrazioni mafiose) e sul Marble Hotel. Affari milionari visti con estremo interesse dalla mafia.

PISTA ANARCHICA.  Gli investigatori seguirono anche la pista anarchica. Dazzi, infatti, era presidente della Caprice, società immobiliare che possedeva l’edificio dove la Fai (Federazione Anarchica Italiana) aveva la sua sezione. Dazzi e soci decisero di sfrattare gli anarchici dall’edificio. Un gesto che potrebbe aver innescato le ire di qualche frangia estremista già menzionata dalle cronache dell’epoca per gli attentati ai tralicci. L’omicidio dell’ingegnere è quindi riconducibile a una vendetta?

Il maggior timore degli inquirenti era che gli anarchici carrarini avessero contattato e protetto terroristi stranieri. A conferma un nome: Marco Camenish, sopranominato “Martin”. Un individuo pericoloso, già arrestato in Spagna con l’accusa di duplice omicidio. Possedeva una grande abilità nel maneggiare esplosivi di vario tipo.

Nel 1991 l’anarchico, a seguito di un conflitto a fuoco, viene  arrestato proprio nella zona di Montignoso (Ms). A fabbricare la bomba che ha ucciso Dazzi potrebbe essere stato Martin? L’ordigno radiocomandato alla cheddite collocato sotto il sedile dell’Alfa si dimostra sofisticato e complesso. Gli anarchici all’epoca possedevano la dovuta abilità per fabbricarlo? A tale riguardo vale la pena menzionare una coincidenza: un anno prima dell’omicidio Dazzi, davanti al comando dei carabinieri di Catania, fu ritrovata una macchina con un ordigno simile. Altro elemento a favore della pista mafiosa? Per avere una visione più ampia e ricca di dettagli chiedemmo alla Procura di Massa il permesso di poter consultare il fascicolo del caso Dazzi. La richiesta fu accolta. Mano a mano che procedemmo nella lettura, ci colpì una testimonianza: una segretaria di Dazzi e Telara (architetto) sostenne di aver visto un uomo sospetto aggirarsi furtivamente dentro l’ufficio. Gli investigatori si misero subito sulle sue tracce.

TERRORISTI.   Una volta individuato, questi si dichiarò estraneo ai fatti. Gli inquirenti, oltre questa pista, setacciarono anche gli ambienti legati al terrorismo Armeno. Non ne uscì nulla di significativo. Si tentò di comparare il modus operandi dell’attentato a Dazzi con altri omicidi analoghi in Italia: si eseguì, ad esempio, un confronto con l’attentato alla Questura di Milano (14/08/88, su questo esiste il rapporto completo della polizia scientifica). Si studiò, inoltre, l’analogia tecnica tra l’omicidio Casillo (Roma il 27/01/83) e quello di Dazzi. Forse, come accade spesso in simili vicende di sangue, la risposta è da cercare nella vita della vittima. Sembra che Dazzi fosse solito visitare un locale a Viareggio, frequentato all’epoca dagli esponenti più pericolosi della mala versiliese. Pare, inoltre, che l’ingegnere fosse pesantemente indebitato e che la Caprice S.r.l. tenesse bilanci in perdita. Indizi che confermano l’entrata in scena della criminalità organizzata. Due nomi, oltre “il Volpe”, furono soggetti a verifiche da parte degli inquirenti:  Del Santo e Gozzani, due carraresi considerati, de facto, organici della Banda della Magliana ed estremamente pericolosi. Il periodo era quello a ridosso d’Italia ’90 (mondiali di calcio). Come per ogni grande evento anche all’epoca le città del paese si preparavano al meglio con ristrutturazioni e nuovi progetti. Il Marble hotel viene concepito proprio per quel contesto. Con un simile giro di soldi pubblici e privati la criminalità organizzata non poteva mettersi da parte, anzi doveva sfruttare ogni possibile opportunità.

Per alcuni pentiti l’intera operazione Marble hotel sarebbe stata pianificata fin dall’inizio dalla criminalità organizzata.

TEOREMA.   Ritorniamo all’ordigno collocato nell’Alfa di Dazzi : una bomba quasi perfetta. Nelle  foto dopo l’esplosione, colpisce da subito l’immagine di una macchina rimasta ancora integra. Ci si aspetterebbe una vettura completamente distrutta e accartocciata su se stessa, come nella maggioranza degli attentati di questo genere. La vettura,invece a risulta danneggiata solo nella sezione del guidatore. Gli attentatori avevano calcolato diligentemente ogni particolare, compreso quantità di esplosivo, dimensioni e struttura dell’abitacolo e peso della vittima. Difficile pensare agli anarchici come ideatori della bomba, lo stesso vale per la banda della Magliana. Un’ipotesi? Nella vicenda legata a Dazzi sono apparsi svariati nomi riconducibili a possibili attività terroristiche arabe. La bomba nell’Alfa sembra progettata da persone che se ne intendono: Beirut, Israele, Giordania, in quegli anni erano “banchi di prova” per molti terroristi successivamente assoldati anche da organizzazioni criminali,  come la banda della Magliana. La caratteristica della banda, infatti, risiedeva nel non avere una vera e propria organizzazione verticistica. Si trattava di una associazione di malavitosi uniti da scopi comuni, ma ognuno di loro intratteneva affari e relazioni private con membri di altre organizzazioni. Per tale motivo, intorno alla banda aleggiavano personaggi affiliati alla mafia, a gruppi di estrema destra, terroristi di varia estrazione anche stranieri e servizi segreti deviati. Giuseppe Mignani (il Volpe) chiese alla banda della Magliana di uccidere platealmente l’ingegnere? La banda si affidò a terroristi arabi esperti in esplosivi? Un altro nome compare insistentemente nei verbali delle Forze dell’Ordine: quello di J. C B. sopranominato “il Legionario” a causa dei sui trascorsi nella legione straniera. B. non aveva mai nascosto la sua sconfinata passione per gli esplosivi, vantandosi continuamente di saper fabbricare qualsiasi ordigno. Il Legionario divenne in quegli anni un simbolo per Mignani. Potrebbe “il volpe” aver usufruito dell’esperienza del legionario per l’attentato a Dazzi? Perfino questa potrebbe risultare una valida pista investigativa. Una cosa è quasi certa: al Clan camorrista di Galasso Pasquale interessava entrare nell’affare dell’Hotel. L’omicidio di Dazzi fu un avvertimento per qualcuno?  Il Clan Alfieri, del quale Galasso era uno dei massimi esponenti, aveva condotto un attentato simile: quello del caso Casillo (anche se studiando l’attentato la macchina in questione risultava distrutta rispetto all’Alfa di Dazzi). Fatti difficili da trascurare.

 

Il caso Dazzi ci svela una nuova pista: quella del Principe Libanese. La analizzeremo nel prossimo articolo.

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