“SUSPENDED AGITATION”: LA LIBIA, COME “WILE COYOTE”, SULL’ORLO DEL PRECIPIZIO TRA PETROLIO, MIGRANTI E TERRORISTI. (Analisi di Michael Giffoni)

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Luglio 9, 2016 by redazione

Esperienza e professionalità sono qualità che se combinate in sinergia possono portare a grandi risultati, soprattutto se espresse da un prestigioso esponente della rappresentanza Diplomatica del nostro paese. È il caso del Dott. Michael Giffoni, contattato da “Inchiostro Scomodo” per un parere, in qualità di “addetto ai lavori”, riguardo la situazione libica. Di “Libia” Giffoni è un vero esperto, è stato Capo Unità per il Nord Africa e la Transizione Araba del MAE (dopo essere stato, con successo, ambasciatore in Kosovo). I Lettori della nostra testata sono un pubblico attento e interessato a specifiche diramazioni di Intelligence e Politica Estera, per questo consideriamo l’analisi di Giffoni un “valore aggiunto”, ringraziandolo per la gentilezza e disponibilità che ha dimostrato, fin da subito, nei nostri confronti.

 

Di: Michael Giffoni

“I Governi di Francia, Germania, Italia, Regno Unito, Spagna e Stati Uniti accolgono con favore l’accordo tra il Presidente della National Oil Corporation (NOC) Mustafa Sanallah e il membro del Consiglio di Amministrazione della NOC Nagi el-Maghrabi, che rafforza l’unità della Società. Facciamo appello a tutti i libici a collaborare per ripristinare la produzione petrolifera e le esportazioni, e insistiamo sull’importanza che le risorse naturali del Paese siano sfruttate a beneficio di tutti i libici, come sottolineato dai Principi fondamentali dell’Accordo politico libico firmato il 17 dicembre 2015 e dalla Risoluzione n. 2259 (2015) del Consiglio di Sicurezza (CdS). Rimaniamo pronti ad avvalerci di tutte le misure contemplate dalla Risoluzione CdS n. 2146 (2014) per fermare, su richiesta del Governo di accordo nazionale (GAN), qualsiasi tentativo di esportazione illecita di petrolio dalla Libia, e ad applicare sanzioni contro coloro che tentino di sfruttare o deviare il petrolio o la ricchezza che ne deriva…”

Comincia così una dichiarazione di pochi giorni fa dei sei Governi nazionali che più si sono impegnati negli ultimi anni nel fronteggiare la crisi libica, una situazione di criticità che tuttavia – non si capisce se per “nonchalance” diplomatica o per semplice scaramanzia – gli stessi Governi insistono nel continuare a definire ufficialmente come “transizione”, mitigando la sua più che evidente natura di vero e proprio collasso e di ben tangibile frammentazione statale, civile, sociale ed economica. Il fatto è che –  già pochi mesi la fine del Colonnello Gheddafi e del suo regime, che da ultimo si reggeva non più sul difficile equilibrio delle varie componenti interne ( etnie e tribù, macro-regioni e città-Stato ) e dalla convergenza dei loro interessi ( come aveva fatto per 40 anni ) ma solo sul fanatico culto della personalità della guida suprema tra i seguaci e sulla brutale repressione degli oppositori – la “transizione” libica era giunta velocemente davanti al precipizio e, come l’indimenticabile personaggio Will ( o Wile E. ) Coyote nei famosi cartoni animati della nostra infanzia da anni ‘70, non era stata in grado di fermarsi e voltarsi indietro, ma era rimasta sospesa a mezz’aria, agitandosi però convulsamente: se vogliamo riprendere l’immagine del simpatico (proprio perché sempre perdente) personaggio dei cartoons, possiamo ricordare che le zampe anteriori e posteriori che egli muoveva a ritmo frenetico e accelerato lo mantenevano in una situazione di “suspended agitation”, di convulsa agitazione pur in uno stato di sospensione, la quale, sfuggendo pertanto alle leggi elementari della fisica, faceva in modo che non crollasse miseramente sul fondo del precipizio, per la gioia del suo terribilmente antipatico (proprio perché sempre vincente) antagonista, l’irraggiungibile struzzo Beep Beep, così permettendo alla fiction animata di continuare nelle puntate successive. Nel caso della Libia, si potrebbe dire che il collasso definitivo al suolo non sia accaduto perché le zampe che lo hanno magicamente mantenuto in piedi – pur come semplice e formale entità geografica unitaria, completamente frammentata e spezzettata internamente ( tra regioni, settori e énclaves a macchie di leopardo ) – corrispondono a tre fattori determinanti – tutti presenti e in tutt’altro che “modica quantità” al suo interno – che si trovano al centro di almeno tre delle più complesse e inquietanti sfide globali di questo inizio di millennio: la sicurezza globale e la lotta al terrorismo fanatico dell’ISIS, che ha la sua punta avanzata verso il Mediterraneo proprio in territorio libico; la crisi migratoria e il traffico di esseri umani che, almeno nella rotta africana e poi mediterranea ed europea (attraverso l’Italia e gli altri Paesi che sul Mediterraneo si affacciano), vede prima nel vasto deserto libico, poi lungo le sue coste e infine nel Canale di Sicilia uno dei suoi passaggi più difficili quanto dolorosi; infine, la sicurezza energetica che trova nella Libia uno dei principali fornitori di petrolio e gas per l’Europa, nonostante le ultime vicissitudini abbiano portato ad una drastica riduzione della produzione di entrambe le risorse, con ripercussioni sia a livello interno (in una sorta di meccanismo a spirale propulsiva tra destabilizzazione, frammentazione ed estrazioni di barili) che a livello esterno. Questi tre fattori (molto complessi ma che per semplificazione potremmo denominare tout court come ) hanno evitato alla Libia di fare da subito la fine della Somalia, disintegratasi 20 anni orsono con la comunità internazionale che, pur dopo – va riconosciuto – un primo sfortunato tentativo di intervento, ha finito per prenderne semplicemente nota, lasciando l’altra ex-colonia italiana al suo triste e sanguinoso destino e limitandosi a qualche, tanto sporadica quanto del tutto ininfluente, dichiarazione dal Palazzo di Vetro o altro Quartier Generale della diplomazia sempre  declamante e spesso anche gracchiante. Al contrario, la Libia in questi anni è stata sempre sotto i riflettori, con l’ONU impegnata in prima linea sul campo, puntellata dall’UE ma soprattutto dalle 6 Capitali dalle quali è scaturita la recente dichiarazione citata in esordio, con Roma – è il caso di menzionare – davvero in prima fila, almeno nell’organizzazione di Conferenze Internazionali. La verità è che l’attenzione e il sostegno di questo gran bel concerto di Potenze internazionali, se ha l’indubbio merito di non aver fatto precipitare la Libia nell’abisso, allo stesso  tempo non è riuscito a riportarla sulla terraferma, almeno sull’orlo di quel precipizio, poiché ogni volta che ha ( sempre metaforicamente usando l’immagine di Will Coyote ) afferrato una zampa ( cioè uno dei menzionati fattori determinanti ) cercando di rimetterla in piedi, non è riuscita a tenere ferme né le altre zampe né la restante parte del corpo e soprattutto la testa ( cioè gli altri fattori determinanti, la sua stessa composita struttura e soprattutto i suoi sempre più numerosi e contrapposti attori ). Così, la Libia continua a restare non solo “sospesa” (e “Libia sospesa” è il titolo di una delle migliori analisi sul tormentato Paese nord-africano uscite di recente, accurata e concisa, ad opera di Michela Mercuri, in Dialoghi Mediterranei, n.20, luglio 20): ad essa io però aggiungerei che non di semplice sospensione si tratta bensì di quella strana posizione, già descritta, di “suspended agitation”. E’ bene, pertanto, provare ad andare un po’ più in medias res.

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L’occasione per la “Dichiarazione delle 6 Potenze” riportata all’inizio è stato il faticoso raggiungimento di un accordo ( o forse, come spesso in tale contesto accade, solo di una tregua ) tra le varie componenti all’interno del Consiglio di Amministrazione della “NOC” (National Oil Corporation), il principale ente gestore del settore dell’estrazione ed esportazione petrolifera (non però della gestione e divisione dei proventi, che viene invece effettuata dalla Banca Centrale), che consente di poter sperare per i prossimi mesi nella chiusura (non certo totale ma almeno ad un livello soddisfacente) dei canali di esportazione “paralleli” alla Compagnia di Stato petrolifera (moltiplicatisi negli ultimi anni e risultati spesso del tutto fuori controllo) e quindi anche nella ripresa della produzione di petrolio, crollata da 1,7 milioni di barili al giorno nel 2010 a circa 400 milioni nel 2015. E’ stato sicuramente uno sviluppo positivo, in primo luogo per l’ENI, e bene ha fatto Pasquale Salzano (che di ENI è Direttore per gli Affari Istituzionali e Vice Presidente EsecutivoDirettore Affari Istituzionali – Executive Vice President) a metterlo in risalto in un recente intervento ospitato dal quotidiano “Il Foglio” ( “Due conti – non solo energetici – su quanto convenga stabilizzare la Libia”, 5 luglio 2016, pag. 4 ) nel quale scrive: “ la Libia rappresenta quasi un quinto della produzione ENI di idrocarburi e anche per questo è cruciale per la Società contribuire, come settore privato, alla sua stabilizzazione (…) un’alternativa alla riconciliazione non c’è, uno Stato fallito nel cuore del Mediterraneo sarebbe uno scenario estremamente critico per la comunità internazionale, l’Unione Europea e l’Italia”. Nessun dubbio su questa conclusione, ma non bisogna però esagerare troppo la portata della “tregua” nel CdA NOC: essa potrà diventare un fattore di stabilizzazione solo se rappresenta effettivamente il riflesso non di una semplice intesa tra singoli componenti del management petrolifero (sotto la pressione “diretta” della comunità economica internazionale e “indiretta” della comunità politica internazione sul GAN – il Governo retto dal Primo Ministro designato Serraj emerso dagli Accordi di dicembre scorso – e su altre recalcitranti fazioni tribali, politiche e religiose) ma di un concreto passo in avanti verso un dialogo più inclusivo in tutti i campi determinanti prima identificati. Tale dialogo dovrà rapidamente (il tempo è ormai una variabile importante dal momento che l’ISIS è ormai una minaccia interna) riuscire a inglobare tutte le componenti centrifughe “recuperabili” (gruppi politico-sociali e loro rispettive milizie armate fino ai denti; Città-Stato, tribù e gruppi etnici e religiosi con rispettive milizie, sempre armate fino ai denti), isolando quelle che non si possono e devono recuperare, vale a dire i seguaci dell’ISIS ( che vanno staccati in tronco dalla componente – per ora ancora maggioritaria, ma non certo per molto, se non s’interviene – islamica moderata ) e anche, a mio avviso, il sottobosco affaristico e criminale che domina la concreta vita amministrativa, anche, come emerge da molti segnali, nel nuovo esecutivo che cerca d’imporsi come unitario. Tutto ciò andrà accompagnato e sollecitato da una forte concordia, sia sugli intenti generali che sugli obiettivi specifici nonché sugli strumenti endogeni ed esogeni –  materiali e umani – da utilizzare, da parte della comunità internazionale, la quale invece – già considerando solo gli anni della c.d. “transizione” o “suspended agitation” (dal mio punta di vista) e tralasciando il passato e soprattutto l’ultima fase “gheddafiana”- sembra sempre e pienamente d’accordo sui primi (principi generali) risultando poi notevolmente divisa e perfino litigiosa divisa sui secondi e terzi (obiettivi specifici e strumenti). Scendiamo ancora un po’ nel dettaglio concreto e passiamo pertanto dalla dimensione energetica o “fattore petrolio” a quella immigratoria, ovvero al “fattore migranti”

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Pochi giorni fa, “Human Rights Watch”, nota “think-tank” e ONG umanitaria, ha pubblicato a Bruxelles un rapporto-shock sul trattamento riservato ai migranti durante la loro quasi “biblica” traversata della Libia, denunciando abusi, torture e malversazioni di ogni tipo nei vari campi di raccolta gestiti da un “Direttorato” governativo e da una rete di organizzazioni da esso dipendente: un complesso che  spesso finisce per costituire un vero e proprio “sistema affaristico e criminale” per lucrare su quella che, con il petrolio e il gas, è diventata in maniera paradossale quasi una primaria risorsa “naturale”  del Paese, vale a dire la massiccia ondata migratoria che vi giunge dal Nord-Africa stesso ma soprattutto dal Mali, dal Niger, dal Sudan e dal Continente Nero “sub-sahariano”. J. Sunderland, Associate Director di Human Rights Watch, ha riservato parole di fuoco sui presunti propositi di un c.d. “sub-appalto per i respingimenti” da parte di UE, NATO e dei Governi occidentali alle forze di sicurezza libiche: “The EU isn’t sending people back to Libya, knowing that’s unlawful, so it wants to outsource the dirty work to Libyan forces. The EU-soon perhaps with NATO’s help-is basically deputizing Libyan forces to help seal Europe’s border..Supporting Libyan forces should be accompanied by ending torture and abuse in facilities where those forces are sending people. It’s unacceptable to save or intercept people at sea and then send them back for abuse on land.” Senza scendere nella polemica specifica, è il caso però di utilizzare questa denuncia di natura umanitaria per tornare un attimo sulla necessità generale di provare a stabilizzare la situazione generale in Libia, sulla quale, come abbiamo finora visto, concordano tutti, e sulla necessaria e conseguente cooperazione da parte della comunità internazionale. Ebbene, questa cooperazione, questo sostegno, indispensabili  per concretizzare quel “dialogo inclusivo” necessario per avere un’accettabile fase di tregua tra le innumerevoli parti in conflitto, sarebbero nulli se non avessero anche un altro obiettivo principale, vale a dire il ripristino di un benché minimo ma tangibile “Stato di diritto”, di un essenziale ma visibile sistema di legalità,  isolando pertanto, escludendo dal dialogo stesso e sanzionando in maniera esemplare anche quelle forze che usano i traffici di ogni tipo (petrolio, armi, droga ed esseri umani, purtroppo questi ultimi in maniera crescente e disumana) per accrescere il proprio potere di ricatto all’interno del Governo di ( ancora solo auspicabile ) unità nazionale e all’esterno di esso, per legittimarsi come forze di opposizione un po’ dentro e un po’ fuori dal sistema. Emblematico in questo ultimo senso è l’atteggiamento del ben noto Generale Haftar e di altri leaders politici, tribali o militari, soprattutto dell’area della Cirenaica, con relative milizie (sempre armate fino ai denti, questo continuo a ripeterlo a beneficio di chi superficialmente pensa, in Libia e in varie Capitali,  che “cooperazione” significhi soprattutto vendere armi un po’ a tutti, cosa che sarebbe non solo inutile ma dannosa in un’area del vasto mondo in cui armi ce ne sono davvero già troppe ) i quali, presentandosi come unico argine ai terroristi dell’ISIS, giocano sul “fattore terrorismo” e sulla paura dell’Occidente per giustificare malaffare, traffici e infedeltà politica e militare e legittimarsi in tal modo internamente ed internazionalmente.

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In sostanza, quindi, niente “giri di valzer ”e poche “piroette”, che tanto male hanno fatto soprattutto durante il lungo periodo del sempre traballante Governo Zeidan. In Libia, per usare le parole con le quali Michela Mercuri giustamente conclude la sua citata analisi, “ci sono molti problemi ma anche tante possibili soluzioni. Ciò che emerge è che queste possono essere realizzate solo con un dialogo inclusivo e una cooperazione efficace. L’ipotesi di un’azione militare internazionale, spesso accarezzata, è stata per fortuna accantonata ma ora è necessario intraprendere un cammino comune che veda fianco a fianco i libici e le istituzioni internazionali che, però, devono essere in grado di parlare con una sola voce, trovando, per una volta, il coraggio di accantonare i singoli egoismi.” Giustissimo, ma qualcosa va aggiunto: “accantonare i propri egoismi” significa per l’ONU, l’UE e le principali Capitali coinvolte – pur solo loro malgrado (com’è il caso di Washington, che dal caos libico vorrebbe stare fuori, ma non può e non deve) – anche fare delle scelte e avere il coraggio di dire che nel “dialogo inclusivo” non entrano, perdendo ogni legittimazione, non solo ovviamente i terroristi dell’ISIS ma anche quelle forze che non si pongono degli “standards” accettabili di civiltà giuridica, etica e politica. Solo in questo modo, a mio avviso, si può cercare di evitare che la “suspended agitation” finisca bruscamente con uno schianto in fondo dell’abisso: non basta tentare di afferrare a una a una le zampe della Libia/Will Coyote e lentamente riportarla sul troncone di roccia da cui s’è sporta sul precipizio, ma occorre costruirvi sotto una stabile e solida rete di protezione, in modo che possa solo iniziare a cadere ma senza farsi male e possa poi gradualmente essere riportata a casa, vale a dire in una stabile e sicura sponda meridionale del Mediterraneo.

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