SCALIA SULLA MAFIA: “La Toscana ne esce con le ossa rotte”

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Gennaio 29, 2016 by redazione

Riceviamo e pubblichiamo un intervento di Renato Scalia, ex ispettore capo di Polizia e della DIA, attualmente consigliere della Fondazione Antonino Caponnetto. Ovviamente la Redazione è disponibile  anche alla pubblicazione di una eventuale risposta da parte degli interessati.

 

Di: Renato Scalia

E’ stata pubblicata la Relazione del primo semestre 2015 al Parlamento, redatta dalla Direzione investigativa antimafia.
La Toscana ne esce con le ossa rotte.  Le presenze mafiose sono preoccupanti.
Da anni, lo slogan della Fondazione Caponnetto è “la Toscana non è terra di mafia, ma la mafia c’è!”
Eppure, nonostante tutte le operazioni di magistratura e polizia contro organizzazioni criminali di tipo mafioso operanti nella nostra regione, più volte mi è capitato di ascoltare assurde tesi negazioniste sulla presenza del problema mafia in Toscana.
Ricordo ancora gli strali dell’ex prefetto di Arezzo, Saverio Ordine, quando uscì il rapporto delle presenze criminali in Toscana. Le dichiarazioni del prefetto sul rapporto della Fondazione Caponnetto furono: “Terre di cosche mafiose? E’ una balla. Siamo rimasti basiti”.
Certe volte, quando affronti queste tematiche ti senti quasi un alieno, soprattutto in certi ambienti. La cosa drammatica sono i cosiddetti “palazzi”. Da quelle parti non amano parlare di infiltrazioni mafiose, si danneggia l’immagine della città, oppure si ritiene che  così facendo si metterebbe in dubbio l’efficienza del controllo del territorio.
Mentre leggo le pagine dell’ultima relazione semestrale della Direzione investigativa antimafia, quella del primo semestre 2015, e di come come siamo messi male in Toscana, mi ritorna in mente il 19 gennaio dello scorso anno, giorno in cui fui convocato in procura ad Arezzo per essere ascoltato come persona informata dei fatti nell’ambito del fascicolo processuale concernente l’articolo di stampa apparso su Il Fatto Quotidiano del 5 gennaio 2015 dal titolo:  “Arezzo la mafia è arrivata ma il prefetto nega”.  Da notare come fra data dell’articolo e della convocazione non sia certo intercorso il tempo necessario per una eventuale prescrizione del reato. La rapidità dell’azione penale, a volte, stupisce.
Ma vediamo cosa dicono gli analisti della Dia sul fenomeno mafioso in Toscana.

“CRIMINALITÀ ORGANIZZATA SICILIANA
In Toscana si continuano a registrare presenze di cosa nostra, essenzialmente collegate all’infiltrazione di vari settori dell’imprenditoria locale.
Lo sviluppo del tessuto economico, produttivo e le maggiori opportunità lavorative costituiscono, anche per questa regione, condizioni favorevoli per le mire espansionistiche delle organizzazioni siciliane, in grado di operare con logiche e metodi manageriali.
Non a caso, da un’analisi ad ampio raggio delle fenomenologie criminali connesse all’operato di cosa nostra, si rileva come questo peculiare approccio imprenditoriale sia stato orientato innanzitutto verso attività di riciclaggio e reinvestimento di capitali illeciti e di fittizia intestazione di beni.
Le attività di prevenzione confermano, altresì, la tendenza dell’organizzazione in parola ad inserirsi nel settore degli appalti, insinuandosi, in particolare, nelle fasi esecutive, nel tentativo di aggirare le stringenti verifiche antimafia effettuate durante le procedure di aggiudicazione.
In data 30 gennaio 2015, a Firenze, è stato tratto in arresto uno dei 27 personaggi colpiti da misure restrittive della libertà personale nell’ambito dell’operazione Final Blow (Ordinanza di custodia cautelare in carcere nr. 671/11 RGNR e nr. 9216/14 RG Gip del Tribunale di Catania in data 23 gennaio 2015). Gli arrestati, sodali alla cosca “CURSOTI – MILANESI”, sono  stati ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione di tipo mafioso, detenzione e spaccio di stupefacenti, tentato omicidio, estorsione e reati in materia di armi.

CRIMINALITÀ ORGANIZZATA CALABRESE
L’asse Toscana, Umbria e Marche, snodo geografico fondamentale della penisola, continua ad evidenziare, sebbene con manifestazioni alternatesi nel tempo, la presenza di soggetti collegati ad organizzazioni di stampo mafioso.
Nell’ordine, in Toscana elementi riconducibili alla ‘ndrangheta avrebbero palesato i loro interessi soprattutto per riciclare denaro proveniente dalle attività illegali, acquisendo anche il controllo diretto di attività imprenditoriali. Dagli elementi acquisiti nel corso delle investigazioni condotte negli ultimi anni, è possibile tracciare la seguente mappatura delle presenze registrate nella regione: province di Firenze e Lucca, cosca Farao Marincola (prov. di Crotone); provincia di Lucca, ‘ndrina Facchineri (prov.  di Reggio Calabria); provincia di Pisa, sodalizi Comberati (prov. di Crotone), Calvano – Carbone (prov. di Cosenza); provincia di Arezzo, gruppi Gallace e Gallelli (entrambi della prov. di Catanzaro), Giglio (prov. di Crotone) e Libri, Borghetto – Caridi – Zindato (tutte di Reggio Calabria).
Tali presenze trovano riscontro anche in Umbria dove, nel semestre in esame, la Dda di Perugia (procedimento penale nr. 4340/14 Rgnr Dda, che ha coinvolto soggetti originari delle province di Crotone, Catanzaro, Roma, Bari, Firenze, Perugia, Monza e della Brianza, nonché persone provenienti dall’Albania, dalla Tunisia e dalla Romania) ha concluso l’operazione “Trolley-sottotraccia”, naturale prosecuzione dell’operazione “Quarto passo”, confermando le proiezioni e gli interessi della cosca ciroana dei “Farao-Marincola” nel territorio in argomento.

CRIMINALITÀ ORGANIZZATA CAMPANA
In Toscana la sussistenza dei gruppi camorristici e da riconnettere, oltre che a possibili forme di infiltrazione dell’economia legale, ad una gestione dei traffici di stupefacenti realizzati in sinergia con pregiudicati albanesi. Il 5 febbraio 2015, è stata eseguita un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip del Tribunale di Firenze, nell’ambito dell’operazione “Smok & King”, in cui sono risultati coinvolti pregiudicati albanesi e soggetti affiliati ai clan napoletani Moccia, Gionta e Lo Russo, dimoranti in varie regioni italiane (Lombardia, Toscana, Lazio, Campania, Puglia, Sicilia), dediti al traffico di sostanze stupefacenti (cocaina e hashish). La droga era destinata alla Valdinievole e ad altre province della Toscana.
Si segnalano, in particolare, insediamenti in Versilia (casalesi) ed a Prato (Ascione, Birra-Iacomino). Oltre ai gruppi citati sono stati colti, nel recente passato, segnali di operatività dei clan napoletani Contini, Terracciano, D’Ausilio, Saetta, Zazo, Formicola, Mallardo, Fabbrocino, D’alessandro, Moccia e dei gruppi casertani Belforte e Bidognetti.”

Per usare parole care all’ex prefetto di Arezzo, dopo aver letto il documento  della Direzione investigativa antimafia, che riguarda solo il primo semestre 2015, c’è veramente da rimanere “basiti”. Da precisare inoltre che di questa relazione non ne ha parlato nessuno.

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