NUOVI SCENARI MAFIOSI IN TOSCANA: Intervista a Renato Scalia

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Settembre 11, 2015 by Pierpaolo Santi

Di: Pier Paolo Santi

 

Esiste una differenza abissale tra l’antimafia da salotto, accademica e quella investigativa, sempre attiva sul campo e pronta ad intuire i nuovi schemi-scenari criminali. Il curriculum di Renato Scalia, ex ispettore capo di Polizia e della DIA e consigliere della Fondazione Antonino Caponnetto, parla chiaro. La chiarezza è proprio un punto che contraddistingue Scalia: non si ritira certo a “diplomatiche” o vaghe analisi quando si tratta di mettere a nudo la realtà criminale del nostro paese. Lo abbiamo contattato sicuri di una intervista interessante, due i vantaggi: Scalia è un addetto ai lavori di alto calibro e i nostri lettori sono attenti e preparati, con questo presupposto possiamo tralasciare ovvie domande per inoltraci sui dettagli.

  1. Dott. Scalia, la Toscana è soggetta a infiltrazioni da parte delle maggiori criminalità organizzate quali cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra (tralasciando ovviamente quelle straniere). In svariate operazioni sono emerse attività di soggetti che potremmo definire “uomini cerniera”: appartenenti ad una specifica organizzazione offrono anche ad altre i loro “servizi”. Molti di loro provengono dalle file della camorra o scu (sacra corona unita) per poi entrare nell’orbita della ‘ndrangheta. In Toscana come esempi di “uomini cerniera” possono essere menzionati Vincenzo Di Donna (camorra) che riforniva di droga il boss ‘ndranghetista Carmelo Iamonte (operazione Scilla). In Versilia sempre la Camorra, tramite suoi uomini, ha dato supporto e rifugio ad Antonino Finocchiaro dei Santapaola. Carmine Buonaiuto si è aggregato ad Antonio Stagno (se pur inquadrati nel contesto della Brianza potrebbero aver avuto a che fare con la zona di Pallerone, vedere articoli precedenti). Dall’alto della Sua esperienza investigativa come inquadra e spiega il ruolo degli uomini cerniera?

Occorre fare una premessa sul “pianeta mafia”. Oggi non bisogna più intendere la criminalità organizzata come un fenomeno esclusivamente criminale e sanguinario bensì come un “movimento”, sì criminale, ma finalizzato all’arricchimento, tanto che la linea di demarcazione tra lecito e illecito diventa così sottile da non distinguere più la differenza. E’ evidente quindi la necessità di instaurare alleanze tra sodalizi mafiosi e con il mondo politico istituzionale. Tutto ciò avviene senza pestarsi i piedi ma garantendo affari a tutti. Questo spiegherebbe la presenza di uomini cerniera.

La mafia che va dagli anni ’60 ai ’90 non esiste più, si è evoluta sino a scomparire, lasciando il posto a una mafia finanziaria, dove il connubio criminalità – politica – istituzioni e massoneria ha preso il sopravvento, trasformandosi in malaffare strutturato da Pantelleria a Bolzano.

La mafia, non uccide più, nel senso di morte violenta, salvo in casi sporadici o incontrollati. La mafia ha compreso, da tempo, che il vero potere è costituito dalle relazioni con l’imprenditoria e le istituzioni, attraverso le quali può raggiungere la ricchezza e il benessere, obiettivo comune di tutti i poteri.

La mafia oggi è economia allo stato puro. La troviamo in tutto il mondo e nei consigli di amministrazione di grandi gruppi imprenditoriali e holding finanziarie, attraverso le quali ricicla gli immensi proventi derivanti dal traffico di sostanze stupefacenti, armi, rifiuti e quant’altro. Attraverso le proprie ricchezze controlla il territorio e garantisce carriere politiche che a tempo debito restituiscono quanto gli è stato dato.

La mafia non combatte lo Stato, al contrario, con esso fa affari. Solo gli stolti o i collusi non l’hanno ancora capito. Dovunque c’è la possibilità di produrre ricchezza la mafia è presente, per essa non esistono confini territoriali.

Di conseguenza, bisogna entrare nell’ottica che la criminalità organizzata si è trasformata in una vera e propria multinazionale con retaggi affaristico – imprenditoriali a livello mondiale. Non potendo ogni singola organizzazione controllare tutto, sono necessarie le alleanze locali. Di conseguenza, sono proprio gli uomini cerniera o ponte che consentono di portare a termine affari e coalizioni sia con le rispettive consorelle criminali sia con gli altri poteri forti.

Nel corso degli anni le mafie – cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra – hanno preso il sopravvento nella commissione di particolari reati. La ‘ndrangheta, ad esempio, è leader nel traffico internazionale di stupefacenti, in contatto diretto con la maggior parte dei produttori di cocaina, i Cartelli colombiani. La ‘ndrangheta, in questo caso, è considerata l’organizzazione criminale più affidabile con cui concludere affari e il partner privilegiato a livello mondiale nel narcotraffico.

Nel caso in cui un gruppo criminale volesse entrare nel giro della droga deve necessariamente tener conto di questo fattore. E’ indispensabile, cioè, creare contatti con esponenti della ‘ndrangheta che operano in tale contesto e rappresentano una garanzia per i produttori di stupefacenti. Questi soggetti sono i cosiddetti “uomini cerniera” – “uomini ponte”. Sono proprio loro che mettono in contatto cosche diverse o addirittura contesti criminali con storia e cultura differenti, ma animati dallo stesso fine: il raggiungimento del potere economico. Affari in comune che costituiscono poi le premesse per allargare gli interessi in altri campi delittuosi, come il traffico di armi, degli appalti pubblici e privati, dello smaltimento di rifiuti.

Gli uomini cerniera non sono solo di estrazione criminale ma anche di altri contesti sociali, quali: imprenditoria, finanza e istituzioni. E proprio quelli che fanno parte di queste ultime categorie sono i più pericolosi e destabilizzanti per la società e per le sorti di un paese. Purtroppo sono sempre più frequenti le indagini che confermano questo fattore. L’ultima è proprio Mafia Capitale.

Non c’è bisogno della morte violenta per parlare di mafia ma del metodo mafioso con cui si procede: violenza psicologica, corruzione, prevaricazione, minacce, presenza nelle amministrazioni pubbliche di referenti mafiosi ed altro. L’esempio più eclatante è il numero elevatissimo di amministrazioni sciolte e/o commissariate per mafia. Tutto ciò dovrebbe essere sufficiente per capire cos’è diventata oggi la mafia, grazie anche alle strategie messe in atto dai suoi associati e/o favoreggiatori più carismatici e importanti.

Gli uomini cerniera, per fare un esempio, hanno rivestito probabilmente un ruolo determinante nella realizzazione del 2° lotto “Aurelia” della Strada dei Marmi nel comune di Carrara. Gli investigatori del Centro Operativo della Dia di Firenze riscontrarono la possibile sussistenza del “pericolo di infiltrazioni tendenti a condizionare le scelte e gli indirizzi dell’attività delle imprese impegnate in quei lavori”. Fu rilevato, infatti, che la maggior parte di esse e/o dei soggetti di riferimento erano ricollegabili o ritenuti affiliati alla consorteria Comberati – Garofalo, operante prevalentemente nella Regione Calabria e nella zona di Petilia Policastro.

Uomo di cerniera è sicuramente Antonio Padovani, personaggio coinvolto in vari procedimenti per 416 bis in quanto legato ai Santapaola, al clan Barbieri, alla potente famiglia Madonia, a varie organizzazioni mafiose operanti nella zona di Siracusa quali il clan Aparo, e dominus di una serie di società, attive nel settore dei giochi e delle scommesse, intestate a vari prestanome e in cui vengono investiti e reimpiegati capitali di provenienza illecita riconducibili a “cosa nostra etnea”. Il suo nome compare anche nell’indagine Hermes della Dda di Napoli, al centro di un sistema in cui i clan napoletani e cosa nostra si affidavano, rispettivamente, a Renato Grasso e al citato Antonio Padovani, per i loro investimenti nel settore del gioco.

Nell’ultima misura cautelare emessa nei confronti di Padovani, il Gip lo ha definito “porta d’accesso privilegiata per il rilascio delle licenze statali per il gioco d’azzardo”. Le sue attività si erano sviluppate nelle città di Roma, Modena, Napoli, Catania, Messina e Massa Carrara.

Si potrebbe definire “uomo cerniera”, infine, anche Diletto Alfonso, uomo di punta e tesoriere della cosca dei Grandi Aracri, arrestato al’inizio dell’anno a Massa, nell’ambito della famosa indagine Aemilia.

Questa è sicuramente una novità sfuggita ai più.

I Grande Aracri sono una potente ‘ndrina, originaria di Cutro, che ha messo radici in Emilia e nella bassa Lombardia, e si occupa di varie attività e, tra queste, edilizia e movimento terra. Lo spostamento di residenza da Brescello a Massa, avvenuto circa due anni fa, di uno dei suoi boss e dei suoi affari, è un fatto di assoluto rilievo, soprattutto se ciò avviene in una zona controllata da un “locale” di ‘ndrangheta, facente capo appunto alla famiglia Romeo-Siviglia, operante nella limitrofa Sarzana, in provincia di La Spezia.

  1. Sono presenti gli “uomini cerniera” ma cosa dire della sacra corona unita? Da sempre offre servizi e supporto alle altre maggiori organizzazioni, divenendo de facto un “organizzazione cerniera”. In Lunigiana sono presenti soggetti ad essa collegati: non sarebbe opportuno effettuare ulteriori approfondimenti e investigazioni? Oltretutto la Lunigiana è da sempre zona di confine con Liguria ed Emilia.

Si tende sempre parlare poco della sacra corona unita, associazione di tipo mafiosa decisamente subalterna alle altre.

La sacra corona unita è un’organizzazione criminale fondata nel carcere di Trani (BA) da uno dei maggiori esponenti della ‘ndrangheta calabrese, Umberto Bellocco, alias Asso di Bastoni, capo indiscusso dell’omonima ‘ndrina di Rosarno, operante anche al nord Italia e precisamente nelle regioni Lombardia, Liguria, Toscana ed Emilia Romagna.

A dire il vero la ‘ndrangheta non ha mai riconosciuto la sacra corona unita come un’organizzazione criminale alla stregua della camorra o di cosa nostra, ma la stessa ha continuato ad esistere e a svolgere compiti vari per conto delle altre organizzazioni criminali nazionali: traffico d sigarette, contatti con le gruppi malavitosi dell’albania e dei paesi dell’ex Jugoslavia, specialmente nel traffico degli stupefacenti e delle armi. Senza dubbio la sacra corona unita può essere considerata un’organizzazione criminale cerniera.

Che la Lunigiana e la provincia di Massa Carrara in generale sia un luogo appetibile per insediarsi, e non solo per gli uomini della SCU, è un dato di fatto.

Le investigazioni vengono fatte. Ne ricordo un paio. Nell’aprile 2004, durante l’operazione “Murder”, furono arrestate 29 persone accusate di appartenere alla sacra corona unita, ritenuteresponsabili di 17 omicidi commessi dal 1988 al 1998. I provvedimenti furono eseguiti a Brindisi e nelle province di Torino, Ascoli Piceno, Messina e Massa Carrara, dove, per l’appunto, i presunti sicari si erano rifugiati.

A novembre 2013, la Squadra mobile ha arrestato un narcotrafficante salentino, esponente di spicco della sacra corona unita, nella sua abitazione in periferia di Massa.

Occorre sempre tener presente che le indagini sono lunghe e complesse.

Non dimentichiamo, infine, che proprio in Lunigiana, ad Aulla e a Licciana Nardi, ci sono quattro beni confiscati alla criminalità organizzata.

  1. Verificata la presenza di “uomini cerniera” affrontiamo una conseguente problematica: cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra, in Toscana, come stanno affrontando la “convivenza”? Gestione degli appalti, traffico di droga (e molto altro), usura… fra di loro si sono registrate interferenze, incomprensioni, oppure esiste un tacito accordo affaristico?

Partendo dalla considerazione che oggi la mafia è, sostanzialmente, un unico contesto criminale, seppure distinto in tre organizzazioni principali (cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra), dove il fine primario è quello di accumulare ricchezza e gestire il potere economico e territoriale, anche attraverso alleanze, allora sembra chiaro che le predette consorelle hanno posto in essere un tacito accordo per la realizzazione dei propri fini, dividendosi i guadagni e le zone dove esercitare il loro dominio, senza ostacolarsi e creare interferenze.

Dalle ultime analisi e da numerose inchieste giudiziarie emerge che, fuori dai rispettivi confini regionali, le organizzazioni criminali oltre a collaborare tra loro, si sono spartite anche parte dei territori del centro e del nord Italia. Le infiltrazioni, oramai, vanno al di là della politica e riguardano tutti gli ambiti della nostra società. Ciò è avvenuto, purtroppo, anche nelle Forze di polizia e la magistratura. Anche in questo caso gli episodi sono numerosi. Gli ultimi venuti a galla riguardano l’indagine romana di mafia Capitale.

Il patto di non belligeranza, naturalmente, vale anche per la Toscana, regione dove convivono varie forme di criminalità mafiose. La regola principale è quella di coesistere, possibilmente senza creare ostacoli e anzi, in alcuni casi, cercando di fare business insieme.

Non è una fusione, come detto, ma si tratta di un patto, una sorta di alleanza, utile per accumulare introiti a cascata.

Questa evoluzione, a mio parere, ha creato una nuova mafia, ancora più potente – potremmo chiamarla ‘ndracamostra – originata dalla mescolanza delle tre più importanti organizzazioni criminali, ‘ndrangheta, camorra e cosa nostra.

Nella ricerca che ho svolto nel 2013, pubblicata dalla Fondazione Caponnetto, ho trovato “traccia” (sequestri, confische, perquisizioni, arresti, atti giudiziari, relazioni al parlamento ed altro) di oltre 100 famiglie malavitose, così suddivise: 48 della camorra, 34 della ‘ndrangheta, 29 di cosa nostra, 3 della criminalità organizzata pugliese. Non dimentichiamo, poi, che anche la famigerata banda della Magliana ha avuto un ruolo rilevante in regione.

Il numero di clan, dal 2013 in poi, è inevitabilmente lievitato.

E’ evidente che molti dei clan rilevati non sono più operativi nel nostro territorio. Se coloro che si sono adirati per questi numeri – parlo anche di alcuni prefetti della Toscana – avessero avuto la bontà di leggere sino in fondo ciò che ho scritto, lasciando da parte i titoli dei giornali, forse se ne sarebbero resi conto anche loro.

Dunque la Toscana, con la propria posizione strategica, una collocazione geografica centrale e un’economia ricca e dinamica, ha finito per favorire sia il normale flusso di immigrazione dal meridione, sia l’arrivo di aggregati criminali italiani e stranieri, che nel tempo sono riusciti a mimetizzarsi nel tessuto sociale. Lo scarso livello di attenzione da parte dell’opinione pubblica e non solo ha fatto il resto.

In questi ultimi anni, la regione è diventata di fatto uno dei principali crocevia sulle rotte dei traffici della criminalità organizzata.

Uno dei settori più a rischio sono i lavori pubblici. I sodalizi criminali sono in grado di aggiudicarsi stabilmente appalti e di acquisire concessioni. Il rischio di inquinamento dell’economia legale ha raggiunto livelli inquietanti.

Oramai, nessun territorio può ritenersi impermeabile all’avanzata dei clan. Obiettivo primario delle mafie è penetrare nelle strutture produttive, reimpiegando le ingenti disponibilità finanziarie per attuare importanti e redditizi investimenti nel settore degli immobili, delle attività commerciali o societarie, spesso offrendo opportunità di credito a imprenditori che, in un momento di grave crisi, hanno difficoltà a rivolgersi ai normali canali bancari, travolgendo il mercato e le regole.

  1. Ultimamente la Toscana sembra assumere importanza anche come zona ideale per la latitanza. Precedentemente avevamo riportato del caso versiliese ma potremmo citare anche l’arresto di un pericoloso latitante legato ai Casalesi proprio a Viareggio. Analoghi episodi nel pistoiese (un affiliato legato alle cosche Molè e Piromalli di Gioia Tauro), come nel fiorentino dove un altro latitante, dopo essere sfuggito all’arresto nell’operazione “Final blow” che vedeva attivi affiliati alla cosca dei cursoti milanesi, è stato arrestato. A massa, poi, si sono costituiti dopo aver fatto perdere le loro tracce (seppur per poco) Salvatore Iemma (accusato della morte della moglie, una Romeo di Sarzana) e Giuseppe Talotta (legato al potente clan degli Alvaro presente in Liguria). Viene da pensare se non avessero passato la loro latitanza nella provincia apuana? Secondo Lei è un aspetto da affrontare? In Toscana possono essere presenti cellule finalizzate alla protezione dei latitanti?

Senza ombra di dubbio. Basti vedere quanti esponenti delle tre organizzazioni mafiose hanno scontato la Misura di prevenzione personale del soggiorno obbligato nei comuni toscani, stabilizzandosi in quelle sedi ed avviando attività lecite ed illecite, mantenendo sempre vivi i contatti con la terra di origine. Ne consegue che in casi di necessità quei luoghi possono essere stati, ovvero lo sono, luoghi ideali per trascorre periodi di latitanza da parte di malavitosi del sud.

Nella nostra regione, nel periodo 1961 – 1973, furono trasferiti ben 282 mafiosi, di cui 25 nella provincia di Massa Carrara. Da ciò, intere famiglie e affiliati si trasferirono in una terra florida e in qualche modo vergine, potendo così riorganizzare attività criminali, supportate da prassi con lecite coperture, non solo finalizzate alla protezione dei latitanti, ma soprattutto utili, come detto, ad oliare l’articolata filiera del riciclaggio del denaro sporco.

Uno dei calabresi più importanti che aveva stabilito la sua residenza in Toscana è stato ilmammasantissima Don Mico Libri, fedele alleato della famiglia De Stefano di Reggio Calabria.

Oltre a quelli che ha appena citato lei nella domanda, se ne possono aggiungere molti altri. Nella nostra regione sono stati arrestati almeno una ventina di pericolosi latitanti appartenenti a clan mafiosi. E’ molto probabile che anche nella provincia apuana sia presente la “rete di protezione”.

Non si rifugiano da queste parti per puro caso, come sostenne tempo fa l’ex prefetto di Arezzo, Saverio Ordine, contestando le nostre analisi (Rapporto sulle presenze mafiose in Toscana del 2013). “Si trattava di uno che si nascondeva, non di un tizio che svolgeva nel territorio la sua attività”. Così si era espresso il prefetto in riferimento all’arresto, avvenuto Cavriglia (AR) il novembre 2012, del latitante Vincenzo Galimi, ricercato dal 2010 per associazione mafiosa, perché considerato, dalla Dda di Reggio Calabria, un imprenditore di riferimento della ‘ndrina Gallico di Palmi (RC). Eppure i carabinieri lo trovarono nella casa di un suo parente, addirittura sorvegliata con un impianto video a infrarossi.

Ma si sa, dalle parti di Arezzo e non solo non sono isolati i sostenitori della bislacca teoria: “la mafia non esiste”. E anche a Massa Carrara, poveri noi, questa dottrina è di moda.

  1. Lei conosce molto bene la realtà ligure e quella toscana. Entrambe sembrano unite da una fitta rete malavitosa fin dagli anni 80. Quanto, effettivamente, sono collegate?

    I guai, come detto, arrivano da molto prima degli anni 80. La presenza in Liguria di organizzazioni criminali inizia nei primi anni sessanta; infatti a Ventimiglia è stato creato l’omonimo “locale” di ‘ndrangheta e, nella regione, è presente la struttura logistica denominata “camera di compensazione” che mette in comunicazione le locali di ‘ndrangheta con la Costa Azzurra. Proprio nella Riviera Francese sono stati catturati numerosi latitanti calabresi, ospiti della villa del defunto mammasantissima Paolo De Stefano.

Per quanto riguarda la ‘ndrangheta essa in territorio ligure è ben radicata e attraverso i suoi affiliati s’interessa di edilizia, appalti in genere, ristorazione, traffico di armi e droga, smaltimento illecito di rifiuti, gioco d’azzardo lecito ed illecito, traffico di oro e preziosi.

E’ bene ricordare, poi, i provvedimenti di commissariamento per infiltrazione mafiosa (‘ndrangheta) dei comuni di Bordighera (annullato) e di Ventimiglia.

La criminalità organizzata calabrese vive e prospera sul concetto della famiglia – il vincolo di sangue, sacro e inviolabile – essenza questa che la rende forte e impenetrabile. Il suo vigore, poi, è aumentato a dismisura attraverso la celebrazione di matrimoni tra rampolli delle varie ‘ndrine. Unioni che hanno consentito di creare alleanze, dirette e indirette, tra tutti i gruppi criminali presenti in Calabria, ponendo in essere una fitta rete di collegamenti tra le varie famiglie, ovunque esse operano.

Oggi la ‘ndrangheta ha cambiato la sua struttura non più solo orizzontale ma orizzontale – verticistica, cioè ha mutuato l’aspetto verticistico da cosa nostra, costituendo una sorta di “cupola” che ha il compito di decidere sulle questioni di interesse comune, lasciando completa autonomia alla singola ‘ndrina sul territorio di competenza (una sorta di arbitro – garante degli equilibri tra le varie ‘ndrine). Ciò non toglie, comunque, che la famiglia, il vincolo di sangue, il legame con la casa madre, rimane un punto fermo e irrinunciabile.

Le ‘ndrine presenti in Liguria sono oltre 20 e molte di queste sono ben radicate anche in Toscana.

Uno dei collegamenti più importanti tra Liguria e Toscana passa proprio da Massa Carrara.

Abbiamo visto, anche dalle recenti operazioni della Dia di Genova, come tra le province di La Spezia e Massa Carrara s’intersecano sia i traffici illeciti sia quelli apparentemente leciti della famiglia Romeo-Siviglia, propaggine ligure della ‘ndrina Iamonte di Melito di Porto Salvo (RC), stabilitosa a Sarzana da anni.

Di assoluto rilievo, poi, è la posizione strategica del porto di Livorno che si trova in asse con i porti di Genova, La Spezia e Gioia Tauro, anch’essi utilizzati per il trasporto di merci illegali (sostanze stupefacenti, rifiuti tossici e armi).

Come si può vedere, nulla è lasciato al caso.

  1. Insieme a Salvatore Calleri, Presidente della Fondazione Antonino Caponnetto, ha sempre denunciato il fenomeno delle ecomafie e posto particolare attenzione all’operazione “Artemide”: può spiegarci nel dettaglio?

Partiamo dal 6 novembre 2013, dall’inciso del Procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti: “Dopo aver smaltito al Sud per vent’anni i rifiuti tossici prodotti al Nord, ora la camorra napoletana sta portando i rifiuti campani altrove, in primis in Toscana ma anche in Paesi come la Romania e la Cina. Le indagini sono in corso… Questo business si fonda inoltre su rapporti tra criminalità organizzata e massoneria”.

La notizia è clamorosa, “…la camorra sversa in primis in Toscana…”, ma nella nostra regione, a parte qualche rarissima eccezione, non venne presa minimamente in considerazione da media, politici e amministratori. Eppure la dichiarazione del procuratore nazionale antimafia, non di un pinco pallino qualsiasi, avrebbe dovuto far sobbalzare chiunque dalla propria poltrona. La mattina seguente, invece, tutti a preoccuparsi dei frammenti del satellite dell’Agenzia Spaziale Europea che sarebbero potuti cadere sulle nostre teste, cosa poi non avvenuta, e non alla bomba ecologica posta proprio sotto i nostri piedi.

Per questo motivo, il 9 novembre successivo, decidiamo di sollecitare l’opinione pubblica con un comunicato stampa. Silenzio totale anche questa volta. Evidentemente la notizia doveva rimanere nascosta. Ma noi non molliamo. Riusciamo a rilanciarla durante una conferenza stampa presso la Camera dei Deputati. Tutti i giornalisti presenti caddero dalle nuvole. Nessuno di loro era a conoscenza della dichiarazione del Procuratore nazionale antimafia.

Il 22 dicembre 2013, Roberti tenne a ribadire il concetto. Durante un’intervista rilasciata alla più importante agenzia del mondo, l’americana Associated Press, il magistrato infatti precisò: “Gli investigatori hanno scoperto una discarica di rifiuti tossici della camorra in un’area di Prato, a circa 17 chilometri a nord di Firenze, capoluogo della Toscana…legami sempre più consolidati tra la camorra napoletana e i gangster cinesi, rendono la zona di Prato una scelta logica per il crimine organizzato in cerca di nuove discariche. Scoppiò il putiferio. Esponenti del Pd e Pdl, stranamente all’unisono, attaccarono il procuratore. Questi – senatore Riccardo Mazzoni (Pdl), Onorevole Antonello Giacomelli (Pd) e Matteo Biffoni, attuale sindaco di Prato ed ex deputato Pd – anziché preoccuparsi della monnezza sotterrata nella loro città e in altre zone della Toscana, si scagliarono violentemente contro il numero uno dell’Antimafia in Italia, definendo le sue affermazioni: “bufale”, “avventate” e “superficiali”. Naturalmente, Roberti, sollecitato dai giornalisti, rispose: “il rischio è grande”, sottolineando anche che le sue parole non si riferivano “..all’attualità, ma a un procedimento penale, già definito dalla Procura di Firenze, che vede coimputati, per traffico organizzato di rifiuti della lavorazione tessile, produttori pratesi e smaltitori ritenuti espressione del clan camorristico Iacomino-Birra di Ercolano“.

Arriviamo all’operazione “Artemide”. E’ la prima e più importante operazione contro un sodalizio criminale specializzato nel traffico illecito di rifiuti. L’indagine parte dal 1995 e si conclude nel 2000 quando la Dia di Napoli e Firenze colpiscono il clan La Torre, organizzazione “satellite” dei casalesi. Gli investigatori si erano accorti che i soldi degli appalti pilotati dalla camorra, legati allo smaltimento dei rifiuti nel casertano, venivano riciclati a Montecatini Terme (PT). La località in provincia di Pistoia, tra l’altro, era stata scelta anche come base logistica. “Artemide”, quindi, è il primo riscontro giudiziario del legame che c’è tra casalesi e la nostra regione sulla questione rifiuti.

Dobbiamo metterci in testa che l’ecomafia nasce proprio in Toscana. Il patto tra camorra, imprenditori e massoneria è stato siglato nelle nostre città. Si parte da Arezzo – Villa Wanda, dimora del “maestro venerabile” della loggia P2, Licio Gelli – e si raggiungono le province di Firenze, Pistoia, Lucca e giustappunto Massa Carrara. Sono gli anni a cavallo del 1980 e 1990, epoca in cui Francesco Schiavone, Antonio Iovine, Francesco Bidognetti si tuffavano nell’affare rifiuti. Nunzio Perrella, camorrista della zona flegrea, si era reso conto che il traffico di rifiuti era più redditizio di quello della droga. Mediante la loro società di riferimento, Ecologia 89, e personaggi del calibro dell’avvocato Cipriano Chianese e del suo braccio destro, Gaetano Cerci, parente del boss Francesco Bidognetti, l’abominio fu compiuto.

Tornando alle dichiarazioni di Roberti, vorrei ricordare alcune verità venute a galla. Ne cito solo tre: i rifiuti tossici interrati sotto la massicciata stradale della Siena-Bettolle, nella cava di Paterno, in provincia di Firenze, e in quella di Quarata, alle porte di Arezzo.

Quindi, “in primis in Toscana” e non da ora.

  1. Ad un “addetto ai lavori” del Suo calibro la tentazione di proseguire con ulteriori domande è forte, non possiamo lasciarci però senza parlare della mancanza di consapevolezza da parte di molte Procure e Prefetture che spesso hanno sottovalutato l’allarme infiltrazione mafiosa, ignorando i rapporti della DIA e DDA. Come lo spiega?

La domanda più importante. Probabilmente, ci fosse stata più consapevolezza, le mafie non avrebbero mai raggiunto questo apice. Sottovalutazioni, automertà, ottusità, collusioni hanno prodotto questo risultato. Alcuni di questi aspetti li ho già messi in evidenza nelle precedenti risposte.

La presenza del crimine organizzato nei nostri territori non è un’ipotesi fantascientifica messa in giro per terrorizzare la popolazione, ma è dimostrata dalle numerosissime indagini delle forze di polizia, dai provvedimenti di sequestro e arresto, nella maggior parte dei casi – e sottolineo maggior parte dei casi – emessi dall’autorità giudiziaria delle regioni del Sud Italia.

La cosa drammatica è che tutto ciò avviene nel momento in cui anche le relazioni della Dna e della Dia confermano tale allarme.

In certi palazzi si tende a minimizzare perché altrimenti si spaventano i turisti, oppure qualcuno potrebbe mettere in dubbio le loro capacità di gestione della sicurezza e del controllo del territorio. Per questi signori, rappresentanti delle Istituzioni, frequentemente carrieristi, l’importante è mettere in evidenza le loro capacità di intervento in questioni che, se andiamo ad analizzare, molte volte sono veramente spicciole. Di conseguenza, senza generalizzare però, per molti di loro è preferibile parlare di micro piuttosto che di macro.

Vediamo anche quanti attacchi ha dovuto subire la Direzione investigativa antimafia. La DIA, sin dalla sua creazione, ha operato con profitto al contrasto alla criminalità organizzata, in qualsiasi contesto è stata chiamata a rispondere, partendo dall’associazione di stampo mafioso, passando alle commistioni tra mafia e potere politico – istituzionale – imprenditoriale – massonico, arrivando sino al riciclaggio di denaro sporco, all’aggressione dei patrimoni e allo sviluppo delle operazioni finanziarie sospette.

La DIA, forte di personale interforze, proveniente dai tre corpi di polizia (Carabinieri, Polizia e Guardia di Finanza), aveva la forza e le competenze professionali per affrontare la lotta antimafia sotto ogni suo aspetto: criminale – violento, politico – istituzionale ed economico – finanziario. Indagini complete ed esaustive che avrebbero lasciato poco spazio di manovra ai malavitosi e loro favoreggiatori. In fondo non era altro che l’applicazione pratica dell’idea di Falcone: una forza di polizia completa che avrebbe dovuto operare nell’ambito del 416 bis, sia sul piano criminale che economico finanziario.

Anche se la DIA non è mai stata quella voluta da Falcone, nei primi anni di operatività ha portato alla luce un mondo che prima era sconosciuto ai più: non solo fatti di sangue di matrice mafiosa ma commistioni tra mafia e poteri istituzionali e mondo economico – finanziario. Interessi tra criminalità e massoneria, quest’ultima costituita da personaggi oscuri che, da sempre, detengono il vero ed unico potere decisionale delle sorti di questo paese e non solo. I registi di questo film da terrore a cui stiamo assistendo da molti decenni.

La DIA è scomoda e le sue intuizioni vanno soffocate, minimizzate, scongiurate, non prese in considerazione. Se andiamo a leggere, è dagli anni 90 che gli analisti della Dia scrivono e denunciano che la mafia investiva nelle ricche regioni del nord e oltre confine, grazie all’aiuto di imprenditori settentrionali e che in breve tempo avrebbe monopolizzato l’economia di quei territori. Ma prefetti e giudici poco attenti e un po’ miopi hanno detto che la mafia era un fenomeno solo meridionale che nel ricco nord non avrebbe mai attecchito, perché culturalmente diverso dal sud.

La situazione attuale dice l’esatto contrario. Ciò che è assurdo e offensivo per l’intelligenza di chi opera giornalmente contro la mafia, rischiando la propria vita e quella dei propri familiari, è che ancora adesso ci sono prefetti e giudici che negano la presenza della mafia in territori del nord Italia. La mafia è ovunque ci sia la possibilità di fare soldi, bisogna saperla individuare e non chiudere gli occhi se la si incontra.

Assodato tutto ciò, credo sia necessario cambiare qualcosa nella lotta alla criminalità organizzata per sperare di sconfiggerla. Lo dobbiamo fare per dare una speranza ai nostri figli.

Innanzi tutto è indispensabile creare una nuova cultura che incida profondamente sulla crescita dei nostri giovani. E’ fondamentale insegnare loro che il rispetto delle regole è essenziale per il vivere civile e democratico. Gli interessi collettivi devono essere prioritari rispetto a quelli personali o di casta.

E’ prioritario, in secondo luogo, indirizzare in modo più incisivo le indagini relative all’aggressione della ricchezza non solo colpendo i patrimoni (beni mobili, immobili, imprese) che costituiscono il consolidato, ma cercando di individuare i flussi finanziari movimentati, i prestanomi e i canali attraverso i quali le disponibilità economiche si muovono (banche, finanziarie, imprese ecc).

Solo attraverso una nuova cultura antimafia e togliendo la possibilità di produrre ricchezza si potrà sperare che fra qualche decennio la mafia possa essere ricondotta a un fenomeno delinquenziale fisiologico e non un vero cancro in metastasi.

Oggi ci sono le condizioni per fare tutto questo, bisogna solo avere il coraggio e l’interesse di farlo.

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