MACELLAIO DELL’ARDEATINA (1°Parte)

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luglio 16, 2015 by Pierpaolo Santi

Avviso: Questa è una inchiesta in “live” sempre aggiornabile, unica nel suo genere. Un lungo lavoro investigativo iniziato l’8 marzo 2011. Per tale motivo la Redazione e il giornalista hanno scelto di non adottare un format classico.

 

PREFAZIONE DI:

Patrizia Santovecchi

(Criminologa e responsabile del O.N.A.P)

Assassini senza nome. Cadaveri senza volto, senza mani, senza testa. Sconosciuti. Corrispondenza biunivoca per ombre che si oppongono, specchiandosi l’una nell’altra attraverso il filtro della storia. Quella storia che non hanno firmato. Ma che trova sempre qualcuno pronto a raccontarla. Si, perché come l’autore ricorda nel testo:

“Ogni omicidio nasconde una storia, una dinamica che con il prosieguo del tempo si fissa, come fosse un parassita, nei polverosi fascicoli giudiziari o nei ricordi di coloro che sono stati coinvolti. Alcuni di questi omicidi sono destinati all’obblio, soprattutto se consumati nelle metropoli dove la gente si assuefà con più facilità al dramma e dove le casistiche quasi giustificano il degrado con l’intensificarsi della popolazione. Altri omicidi, al contrario, riaffiorano ogni volta nella memoria collettiva, come tenue speranze rivolte a una soluzione di quanto accaduto. Avviene principalmente nelle piccole-medie comunità, dove una morte violenta si tramanda, quasi fosse un antica cantilena. Magari con imbarazzo, ma viene tramandata. Anche se restie ad ammetterlo, le Forze dell’Ordine sono consapevoli del fenomeno e ne sono anche condizionate. Una legge non scritta”.

Una storia, una dinamica” che Pier Paolo Santi, con dovizia di particolari, ripercorre conducendoci, con essa, all’interno del fatto criminale. Attraversa la Penisola per rintracciare un filo conduttore che permetta di identificare un modus operandi apparentemente identico, tra i diversi ritrovamenti di pezzi di cadavere, ossa, ragazze depezzate se non anche scarnificate ha cui spesso mancano testa e mani. Da Roma a Macerata, da Lugo di Romagna a Gorizia in cerca di una prova attestante l’esistenza di un ciclo criminoso nella scelta delle vittime, nella necessità di individuare l’esecutore, uno solo, tra le varie successioni delittuose. E questo indipendentemente che sia un singolo o un’organizzazione criminosa. Filo, rosso, che l’autore, con appassionata e attenta analisi, tenta di trovare e dipanare attraverso indizi, ricerche, interviste.

Nella faticosa inchiesta fatta di scenari possibili, di prove spesso aleatorie, una domanda resta sospesa. Un dubbio, un sospetto. Quale collage può mai prendere forma, mettendo insieme i raccapriccianti “pezzi” sottratti dal buio dell’ignoto? Quali e quante macabre tessere sono ancora necessarie per dar forma e corpo al raccapricciante mosaico che ancora oggi non ha la consistenza della visibilità? Forse si tratta di uno psicopatico che prova un piacere perverso nell’omicidio e nelle asportazioni. Forse è qualcuno –uno solo?- che cerca soprattutto altro. Intimidazione? Pubblicità? Proselitismo? Cosa può voler mai proferire la perversa sequela di uccisioni apparentemente simili? Questi gli interrogativi che penetrano tutta la trama del libro inchiesta, scritto con incalzante continuità dal giornalista.

Intanto, la ricostruzione letteraria della triste sequenza della comparsa di orribili reperti abbandonati ai lati delle strade o tra le sterpaglie dei boschi continua. I corpi spezzati e disseminati continuano ad alimentare interrogativi anche singolari, nella mente di chi per lavoro o per passione ha deciso di tentare una ricostruzione credibile degli eventi. Qual era —se c’era— la motivazione per esporre i corpi così evidentemente in pubblico? Dipende sempre dal tipo di domanda che ci siamo posti all’inizio. E quindi dal modo di formularla. Ci fa capire con maestria l’autore. E se dietro lo pseudonimo di uno sventratore solitario ci fosse ben altro progetto e organizzazione? Nonché la voglia di sentirsi riconosciuti sfidando in campo aperto le forze dell’ordine? Interrogativi legittimi, soprattutto nell’ottica che le spoglie, spesso, sono state trasferite dal luogo del massacro, ancora rimasto occulto, al luogo, senza dubbio esposto, del ritrovamento. I corpi avrebbero certo potuto essere abbandonati in ben altra maniera, nondimeno le povere parti isolate che si sono rinvenute, indirizzano verosimilmente verso una volontà dimostrativa del suo carnefice.

Bisogna anche rilevare che l’autore si sta muovendo su un terreno oltremodo impervio. Spesso i resti ritrovati non permettono l’identificazione della vittima: niente documenti, niente DNA archiviato; niente denuncia di sparizione ecc. Niente database, quindi, in cui ricercare. Il fatto che i poveri resti vengano fatti ritrovare così, scompagnati e divisi, desta non poche domande circa gli intenti dell’esecutore. Come d’altronde il fatto che le abbiano volute squartate in luogo diverso da quello della scoperta.

Gli omicidi narrati dall’autore comprendono il così definito, da Jenner Meletti su la Repubblica del 3 luglio 2000, “giallo delle ragazze spezzate”. Un tragico e macabro enigma fatto di corpi depezzati e disseminati nell’acqua dei nostri mari o in mezzo ai boschi dell’Appennino. Dai primi rapporti degli inquirenti risultano all’appello sei gambe e due braccia senza mani, di donne bianche, tutte giovanissime. Ma nessuna testa. Un rebus dove gli elementi mancanti deformano l’immagine d’insieme e ingarbugliano tutta la situazione, impedendo in definitiva di “guardare”. A meno che non si decida di cambiare versante d’osservazione, e sistemandosi sulla sponda opposta, del punto di vista, scoprire che proprio le tessere mancanti possono essere in potenza il vero disegno segreto: un mosaico che si completa nell’assenza, sotto gli occhi di tutti. Nell’assenza di mani, nell’assenza di volti, nell’assenza di qualcuno che di queste donne reclami la scomparsa. Nell’assenza di una nazionalità sicura da attribuire a questi pezzi di corpi senza nome.

Anche se la pista più accreditata sembra quella del regolamento di conti, ovvero prostitute dell’Est nelle mani di qualche grossa organizzazione criminale, punite per qualche sgarro; gli indizi nelle mani degli inquirenti non conducono su nessuna strada, ferma restando la convinzione sul giro di prostituzione e malavita. La soluzione del mistero viene perciò circoscritta ad un preciso e determinato ambiente: bisogna cercare negli intrighi tra la mafia balcanica e quella nostrana, seguire il percorso della tratta delle ragazze rumene.

È dall’Est, infatti, attraverso il mare Adriatico, che si compie l’Odissea di una storia, tutta italiana, di terra di confine. Ne è testimone silente la “La Bonifica”. Così viene chiamato quello scampolo d’asfalto dimenticato da Dio che scorre tra le Marche e l’Abruzzo, una “zona franca”, mercato notturno dei trafficanti di carne umana: droga, prostituzione, e non solo.

Corpi venduti e comprati. Violati. Le ragazze che piombano in questo inferno non sanno cosa le aspetta. Le ragazze uccise, si ipotizza, si sono ribellate. Fin qui, la pista seguita dagli inquirenti. Potrebbe anche essere. Ma restano insolute le domande di fondo. Perché ucciderle a quel modo? Perché sezionarle? Che fine ha fatto il resto del loro corpo?

Una cosa è certa: qualcuno si è “intrattenuto” a tagliare meticolosamente a pezzi le sue vittime. Per poi abbandonarne i resti e farli poi trovare a “puntate”, così, tanto per aumentare la suspense. Altra cosa certa è che a oggi non risulta che gli inquirenti abbiano trovato una pista univoca sia per quanto riguarda l’identità degli o dell’assassino che delle sue vittime, come pure sugli eventuali moventi.

Sono tuttavia convinta che ancor oggi, tra gli inquirenti, qualcuno non ha dimenticato quanto ha dovuto, per servizio, vedere, refertare all’interno di questa atroce storia. Storia nelle storie. Tutte uguali. Tutte narranti di corpi oltraggiati, sventrati, abbandonati come rifiuti. Auspico che non si dimentichi quelle vite strappate così perfidamente al mondo e che sia gli appartenenti alle Forze dell’Ordine che i giornalisti di nera, almeno alcuni di questi, siano ancora alla ricerca di una traccia, di una chiave di lettura che possa condurre alla soluzione dei tanti rebus rimasti insoluti nel nostro Paese e con essi alla cattura del colpevole/i. Per questo concludo, condividendole, con le parole del giornalista Pier Paolo Santi:

“In questi anni ho avuto però una conferma. Per ogni poliziotto vissuto nell’investigativa, sostengono alcuni, esiste un caso che porterà sempre dentro di sé. Una sorta di ossessione. Parlando con vecchi giornalisti di nera pare valga lo stesso principio. Non mi sarei mai immaginato quanto quell’ 8 marzo 2011 avrebbe segnato, con una simile incisività, la mia modesta carriera. Nei mesi successivi divenni sempre più consapevole che l’inchiesta sul killer degli organi non si sarebbe conclusa per me con le ultime pagine di questo libro. Penserò sempre al caso e all’identità dell’assassino fino a quando non verrà messo dietro le sbarre. Ne sentiremo ancora parlare, lui colpirà nuovamente se è ancora vivo, sempre se presi dal panico i suoi mandanti non lo abbiano fatto fuori. Di una cosa sono certo: il “macellaio dell’Ardeatina” ha fatto pratica con dei sostituti prima di arrivare alla sua vittima ideale, la donna di Roma. Le sue folli gesta sono associate, nella mia mente, all’odore dell’osso segato e bruciato dalla pressione della sega vibrante. Un odore inconfondibile in grado di soffocare quello di un disinfettante potente come il betadine. Un odore in grado di rimanere nelle narici per lungo tempo”.

 

PARTE 1°

Inchiesta di: Pier Paolo Santi

Riproduzione Riservata della Testata investigativa “Inchiostro Scomodo”.

                                                             

  SONO QUI

 

SCENA DEL CRIMINE. Porta Medaglia è una strada che attraversa la campagna romana. Mi colpì un particolare: al contrario di quanto avevo sentito, era tutt’altro che isolata. Per rintracciare il luogo esatto del ritrovamento del cadavere dovevo rifarmi alle foto scattate durante il lavoro della scientifica riprendendo punti di riferimento come il guardrail e un casolare in panoramica. Insieme al mio collaboratore girammo a vuoto per venti minuti, identificata la scena del crimine scesi dalla macchina ed osservai l’area circostante. Se c’erano dubbi ci pensò una volante a spazzarli via. Vedendoci fermi ad osservare il campo e il canaletto adiacente, i poliziotti s’ insospettirono e accostarono senza rivolgerci una parola. Il mio collaboratore mi fece un cenno indicando la volante, appena li notai mi diressi verso di loro.

“Buona sera agenti”

“Buona sera”

Non dissero niente ma era evidente quale sarebbe stata la domanda, così li precedetti:

“Sono un giornalista”

“Ah! Ha un tesserino di riconoscimento?”

Inizialmente il poliziotto mi diede l’impressione di non credermi, ma dopo avergli mostrato il tesserino sembrò rilassarsi:

“Mi scusi agente è qui che è stato rinvenuto il corpo mutilato di una donna?”

“Si, ma tempo fa”

“A marzo vero? Stiamo conducendo un inchiesta. Mi risulta che in questa zona ci sia un giro di prostituzione, sono rumeni?”

“Prevalentemente si”

Fu vago. L’agente comprese che in breve si sarebbe trovato in un fuoco incrociato di domande e dopo aver controllato il tesserino salutò augurando buon lavoro.

Scattai le foto e filmai l’area del ritrovamento, mentre dall’altra parte della strada il mio collaboratore era alla ricerca di ulteriori dettagli. Il corpo della donna era stato posato su un campo, ai margini di un guardrail e di alcuni alberelli. Trattandosi di un campo agricolo il terreno, lavorato dal trattore, si presentava soffice. Su un terreno di questo tipo sarebbe stato praticamente impossibile non lasciare tracce. Il killer ha lasciato le proprie impronte nel momento in cui posizionava il corpo della vittima? Sono state rilevate a tempo debito dalla scientifica? Osservando le foto che ritraggono la scientifica al lavoro, si nota l’area di confine circoscritta dal consueto nastro usato per le scene del crimine. Il piazzale d’accesso, effettivamente, risultava poco illuminato e uno dei punti più agevoli per un rapido ingresso-uscita al campo con l’intento di abbandonare un corpo. L’ipotesi che vede l’assassino passare per altre direzioni è da scartare.

Perché scegliere quel punto? Via Porta Medaglia è trafficata. Di giorno è frequentata da automobilisti e ciclisti mentre di notte circolano prostitute e trans. Proseguendo lungo la strada in direzione sud, incontriamo un passante ferroviario e sotto di esso, parallelo alla strada, scorre un canale di scolo. Perché non occultarvi il corpo? Alla luce di questi indizi compresi le affermazioni degli uomini della squadra mobile: “Ha voluto farci trovare il corpo. Ha voluto mostrarci quello che è stato in grado di combinare”. Elemento indicativo. Parliamo di un individuo che conosceva la zona di via Porta Medaglia? Non sorprenderebbe se al momento dell’abbandono del tronco della donna o in fase di fuga, l’assassino possa essere stato sorpreso. Perché, come al solito, nessuno ha visto niente? Mi persuasi della reale possibilità che si trattasse di un omicidio legato alla criminalità organizzata.

MARZO 2011 Nei primi giorni del mese, qualcuno attende con ansia le edizioni dei telegiornali. Quest’uomo si rivelerà essere uno fra gli assassini più violenti e sanguinari della storia della cronaca nera Italiana. Di lui non sappiamo nulla. La sua malata volontà di far rinvenire il cadavere della donna, è l’unica certezza a nostra disposizione. La vittima aveva i capelli rossi, tinti di biondo. Il corpo è stato oggetto di un lungo e paziente lavoro da parte del killer, la procedura adottata non è dissimile da quella usata per lo sventramento degli animali. Il cadavere è stato sollevato a testa in giù con l’ausilio di un’asola di corda legata all’osso pelvico. Posizione adatta per lo sventramento effettuato con tagli diagonali da destra a sinistra da parti opposte in modo da formare una Y, e per il dissanguamento tramite colata. Per l’eviscerazioni pare sia stato usato un coltello presumibilmente da macellaio. La maglietta è stata strappata dall’aguzzino poco prima di procedere alle incisioni sul ventre della vittima. Poi ha proceduto all’espianto degli organi vitali, tutto in condizione di post mortem. Il risultato finale sarà lo scempio documentato dalla scientifica. Con una motosega ha invece mutilato e decapitato la vittima. Sul ciglio della strada vengono abbandonati la parte superiore e le braccia della donna ancora vestita. Incaricati dell’indagini saranno gli uomini della squadra mobile romana ai quali si presenterà una scena a dir poco scioccante. Da quel momento comincia la caccia al “macellaio dell’Ardeatina”. Dagli esami dell’istituto legale, la vittima risulta di età compresa tra i 20-40 anni, di razza bianca e di origini europee. Dal tipo di amputazioni eseguite, gli inquirenti affermano con certezza che il luogo del ritrovo non poteva coincidere con quello dove si è compiuto l’omicidio. Per realizzare un simile scempio occorre un luogo isolato, attrezzato. Il lavoro deve aver richiesto tempo, precisione e pazienza (gli esperti calcolano circa due ore), impossibile da eseguire sul ciglio di una strada.

“HA VOLUTO FARCI TROVARE IL CORPO”.    Tre i fendenti mortali, la donna è stata uccisa con un coltello. I colpi hanno lacerato la schiena, l’emitorace sinistro (in corrispondenza del cuore) e la zona dove i muscoli del collo si legano al tronco. Per facilitare una possibile identificazione della donna la polizia ha deciso di rendere pubblici alcuni suoi oggetti e indumenti. Identificazione resa altrimenti impossibile a causa dei danni inflitti. Gli oggetti appartenuti alla vittima sono i seguenti: un anello a fascia d’argento infilato alla mano destra, dei bottoni, un giubbotto nero con una scritta, un accendino. La donna inoltre indossava una maglietta nera a maniche lunghe e un gilet color carta da zucchero.

Perché non sfilarle un anello che potrebbe servire per l’identificazione? Potremmo forse supporre che gli indumenti e l’anello ritrovati sul corpo siano di una persona diversa, magari un’altra sua vittima? Studiando le mosse del killer non è possibile escludere niente, sarebbe un grossolano errore. Alcuni dirigenti della mobile dichiararono preoccupati ai giornalisti:

“Ha voluto farci trovare il corpo. Ha voluto mostrarci quello che è stato in grado di combinare. Speriamo in Dio che non sia così” e ancora: “Sembra una apertura di partita”.

Tali dichiarazione allungano ombre su inquietanti scenari. Altro frammento della vicenda: come accade spesso pochi giorni dopo il ritrovamento del cadavere sono trapelate ulteriori informazioni. Il killer, una volta finito il suo macabro lavoro, ha conficcato nel basso ventre fino al collo del cadavere un filo di ferro usato quasi certamente come una impugnatura per trasportarne i resti. Proprio come una valigia. Espediente che il killer ha adottato per trasportarne i resti a piedi? Una tesi piena di incognite. In primis per la strada dove è stato deposto il corpo: un luogo frequentato da prostitute, transessuali e quindi da molti clienti. Non riesco a immaginare un uomo che porta un tronco umano come se fosse una borsa per la strada senza essere notato. Possiamo supporre che il tronco fosse avvolto in una borsa, ma sarebbe stata comunque una manovra eccessivamente incauta per il killer. La polizia ha cercato freneticamente un possibile testimone tra le stesse prostitute sin dalle prime ore dell’indagine. Tra le prime regole della procedura investigativa. Scontato appurare come una strada utilizzata dal business della prostituzione, dopo un simile delitto, sia diventata deserta. Nessun testimone all’infuori di un trans rintracciato qualche giorno dopo. Dichiarò di non aver visto niente.

“Ho lavorato fino alle 17 del 7 marzo e fino a quell’ora non ho visto assolutamente niente di insolito”

Solo un cellulare fu rinvenuto poco distante dal luogo del delitto. La polizia accertò chiamate e dati ricavabili senza trovare alcun nesso valido con l’omicidio. In conclusione risultò un cellulare perso da un passante. Se ipotizzassimo un killer obbligato a percorrere una notevole distanza col cadavere? In tal caso come e dove dovremmo indirizzare le indagini? Per far questo è necessario entrare nella mente dell’assassino.

Gli uomini della scientifica sono giunti alla conclusione che il corpo era rimasto nel campo quasi 24 ore, considerando che il ritrovamento è avvenuto alle ore 13, il nostro assassino dovrebbe aver abbandonato i resti durante la notte. A trovare il corpo un camionista:

“Andavo piano, ho visto che c’era qualcosa tra l’erba. Mi sono fermato, sono sceso e ho guardato bene. Non potevo credere a quello che ho visto. Una scena così terribile non mi è mai capitata neppure nei film. Ho ancora quell’orrore davanti agli occhi”

Giunti a Cortona, terra d’origine degli antichi Etruschi, abbiamo sostato in un autogrill. Il viaggio di ritorno si stava dimostrando ancora più massacrante di quello dell’andata. Approfittammo della pausa per revisionare le foto scattate poche ore prima.

“C’e la questione del santuario del Divino Amore”.

Disse il mio collaboratore.

“Non è distante da via Porta Medaglia (Ardeatina), potrebbe avere ragione chi lo legge come un indizio.”

“Aspetta: riprendiamo la storia dall’inizio”.

Il cadavere viene abbandonato in via Porta Medaglia non lontano dal santuario del Divino Amore. Il santuario non è altro che un complesso divenuto un luogo di pellegrinaggio per molti fedeli. Ogni anno numerosi fedeli partono da Roma a piedi per giungere al santuario. È un elemento da prendere in considerazione? Un semplice caso? Un raffinato depistaggio? “

“Questi depistaggi sono una fissazione”!

Colsi il commento come una provocazione.

“E’ vero, ammettiamo per un istante che non sia un caso. Il killer potrebbe aver compiuto una sorta di atto sacrilego. Una conferma alla pista satanista? Potrebbe avere ucciso la giovane donna proprio nelle vicinanze della chiesa. Ma a questo punto sorge un interrogativo di non poco conto: perché non abbandonare direttamente i resti nei pressi del santuario? Sul piano simbolico avrebbe assunto un valore più profondo. Tutto ciò è poco convincente, tanto da divenire un punto a sfavore della pista satanica”

Una volta tornato a casa scrissi un breve promemoria sul caso:

“Sarebbe la prima volta che un pappone agisce così”. Poc’anzi abbiamo sottolineato l’esigenza di entrare nella mente del killer ma prima dobbiamo cercare di comprendere l’identità della vittima. Alcuni elementi dell’indagine privilegiano l’ipotesi che si tratti di una prostituta. Le così dette “lucciole” sono da sempre le persone più esposte a delinquenti e psicopatici. Per molti assassini uccidere una prostituta non equivale a commettere un azione riprovevole: per lo psicopatico potrebbe divenire una missione di purificazione. Sia la criminologia internazionale che quella italiana offrono svariati esempi al riguardo. Uno fra molti il caso di Giancarlo Giudice, assassino di prostitute. La storia del “mostro di Torino” non può essere scissa dalla pornografia e dall’odio feroce verso la matrigna. Giudice risultò, agli occhi degli psichiatri, un uomo che sfogava le sue frustrazioni quotidiane uccidendo prostitute di età avanzata. Proprio nelle sue dichiarazioni si scorge il ragionamento malato attraverso cui identifica la figura della prostituta come l’impura da uccidere:

“Va bene. L’assassino che cercate sono io, è inutile continuare a mentire. Ho ammazzato nove donne ma erano tutte battone. Le odiavo, faccio un’opera buona. Erano vecchie, brutte, costavano meno e mi richiamavano alla mente la mia matrigna. Non so cosa mi prendesse nel momento in cui decidevo di ucciderle, posso solo dire che si scatenava in me qualcosa che mi spingeva e mi ha spinto in maniera assolutamente irresistibile ad uccidere. Io non ho interesse che si cerchi di capire perché ho fatto quello che ho fatto ma io intanto le ho ammazzate e non so perché. Sono superficiale e me ne sbatto”.

Seviziare e assassinare una prostituta, inoltre, non suscita un interesse mediatico. Perfino le indagini di solito tendono a essere più superficiali, è orrendo sostenerlo ma è un dato di fatto. Possiamo dimostrarlo con poche battute: cosa accadrebbe se una madre di famiglia, magari un’insegnante ben voluta, venisse barbaramente uccisa? La pressione mediatico-sociale obbligherebbe le autorità a procedere con il massimo sforzo investigativo. Ritornando al nostro caso, alcuni sostengono l’ipotesi di un omicidio riconducibile a una resa dei conti nel giro della prostituzione. Al riguardo ho trovato significativa la dichiarazione dell’investigatore della mobile:

“Un pappone? Sarebbe la prima volta che un pappone agisce così”.

Chiaro. Giunti a questo punto sposterei l’asse dell’indagine su un presupposto: se il killer fosse un uomo di un organizzazione criminale incaricato di uccidere la donna? Se questo assassino psicologicamente labile avesse trovato irresistibile “lavorare sul corpo della vittima” contravvenendo agli ordini ricevuti? Mi spiego meglio rifacendomi al caso Kuklinski, “l’uomo di ghiaccio”. Richard Kuklinski viene definito il serial killer più prolifico della storia. Vantava nel suo repertorio una considerevole quantità di metodologie finalizzate all’omicidio. Accade non di rado che simili psicopatici siano utilizzati e assoldati dalla malavita. Una collaborazione proficua sia per l’organizzazione, che in tal modo si può avvalere di un sicario spietato e zelante, sia per il killer che trova nella sua ricerca di piacere una fonte di guadagno. Kuklinski, lavorando per la mafia italo-americana, apparteneva a questa categoria dimostrando tutta la sua spietatezza in ogni occasione. Possiamo scartare a priori l’ipotesi, dunque, di un killer-sicario della mala? Un Kuklinski italiano? Indagando su delitti compiuti in l’Italia e in particolare a Roma, si potrebbe essere portati a pensare che non si tratti affatto di un gesto isolato. Anzi, potremmo essere partecipi di una partita cominciata molti anni prima.

I DETTAGLI. Dopo aver delineato un quadro generico del modus operandi del “macellaio dell’Ardeatina”, possiamo soffermarci sui dettagli. Cominciamo dai fendenti inflitti alla vittima. Sappiamo che la lama del killer ha raggiunto tre punti diversi del corpo. Non sono colpi eseguiti con precisione: non sembrano dettati da una condizione di totale controllo dell’assassino nei confronti della donna. Se questa fosse stata legata e quindi resa completamente impotente sarebbe stato sufficiente un solo fendente. La dinamica dell’omicidio farebbe pensare più ad un azione in cui la donna era in grado di esercitare un minimo d’opposizione. Potrebbe essere stata presa alla sprovvista? L’ipotesi della colluttazione, spinse la scientifica ad eseguire un immediato controllo sotto le unghie della vittima con la speranza di trovare tracce organiche dell’assassino (pare rinvenute in quantità sufficiente).

BORSA UMANA. Ulteriore considerazione: il killer sembra manifestare la volontà di rendere il corpo della donna una sorta di BORSA UMANA. Una possibile deduzione ricavabile dalle analisi delle mutilazioni inflitte al corpo che comprendono l’espianto degli organi, la decapitazione, il taglio della parte inferiore compreso i genitali e un filo di ferro infilato nel tronco come una sorta di manico. Caliamoci nella mente malata del mostro. La maniglia di ferro rappresenta il manico centrale di una borsa, mentre le braccia possono essere considerate due cinghie laterali. Il contenitore della presunta borsa è associabile alla parte restante del corpo. Seguendo questo ragionamento si capirebbe il perché della rimozione degli organi: la borsa per definizione al suo interno è vuota. La donna uccisa, agli occhi del mostro, diviene un semplice oggetto e una creazione artigianale di alta sartoria. La necessità di amputare gambe e testa avrebbe senso: non sono che strutture corporee superflue che impediscono la realizzazione della manifattura. Ritorniamo al filo di ferro. Quale senso potrebbe avere? Un modo più comodo per trasportare il tronco? Un operazione improbabile. Il filo potrebbe far parte di una rappresentazione simbolica, cioè la firma. Dai giornali è stato definito il “macellaio dell’Ardeatina”, ma sarebbe stato più appropriato definirlo “il killer delle borse umane”? Nell’ipotesi che vede la donna diventare una sorta di borsa aleggia tuttavia un dubbio: perché l’assassino le ha lasciato i vestiti addosso? Non certo per un senso di colpa, in tal caso il suo comportamento sarebbe stato diverso. Quanto appena detto resta un interrogativo importante, allo stato attuale difficile da risolvere.

 

A quali conclusioni giungere sull’identità dell’assassino? Da questo momento cercheremo di usare il termine assassino il meno possibile sostituendolo con “Soggetto Ignoto” (SI). Me lo fece notare la Patrizia Santovecchi, criminologa e responsabile del O.N.A.P.:

“Indicare l’assassino con pseudonimi quali: “macellaio dell’Ardeatina”,“killer delle borse umane”, etc. può portarci fuori strada. Costringe la mente a costruirsi dei pregiudizi inconsci sulle indagini. L’uso stesso termine assassino implica che sia solo, ma in realtà non siamo certi di questo. Implica anche che sia un maschio. In America si insegna agli addetti alle indagini di evitare definizioni e nomi impropri, preferendo termini neutri, quale ad esempio: Soggetto Ignoto… ricorda”.

Facendo mio il prezioso consiglio, tracciai le prime considerazioni sull’identità del SI (vanno prese come tali in quanto giornalista e non criminologo).

Il Soggetto Ignoto si è dimostrato organizzato e pianificatore. Da escludere la pista del traffico d’organi per le seguenti motivazioni:

1)- Per compiere l’espianto d’organi occorrono strutture specializzate e diversi professionisti. I tagli sulla vittima sarebbero stati di tipo chirurgico. La donna invece è stata legata a testa in giù da una corda con asola, metodo adatto più per lo sventramento della selvaggina e non certo per procedure chirurgiche. Inoltre, nell’espianto la vittima deve essere mantenuta in vita fino all’ultimo per non ledere organi preziosi. La donna ritrova nell’Ardeatina è stata assassinata con tre fendenti in stato quasi certamente cosciente e reattivo (era in grado di difendersi).

2)- Nella maggioranza delle circostanze, i resti delle vittime di traffici d’organi non vengono più ritrovate perché cremate dalle organizzazioni criminali, così da non lasciare tracce e insospettire gli inquirenti. Una organizzazione dedita a questo traffico non abbandona un corpo mutilato, in modo da farlo ritrovare con facilità. Da escludersi pertanto questa ipotesi investigativa.

Una delle piste più accreditate è quella che conduce alle sette e quindi ad un omicidio con finalità ritualistica. Se così fosse dovremmo concentrare le nostre ricerche in due direzioni: quella della magia nera voodoo e mani o quella del satanismo.

La vittimologia (lo studio della vittima) porterebbe a escludere un rito Voodoo e Muti. Tali riti vengo applicati per lo più da persone di colore nei confronti di donne o uomini della stessa etnia. Raramente questi gruppi sacrificano dei bianchi, si sono registrati casi convalidati solo in Sud Africa dove si presenta una condizione politico-sociale completamente diversa da quella europea.

Si potrebbe essere propensi nel concentrare le ricerche sul mondo satanista: organi e testa vengono effettivamente riutilizzate dalle sette di questo credo (organizzate). Ma perché non prendere anche le mani e sezioni del seno, parti fondamentali in molti riti? (concetto valido anche per i riti Muti).

Il principale indizio che allontanerebbe le indagini dal rito satanico lo possiamo riscontrare nelle dinamiche dell’omicidio. In un rito con queste caratteristiche, la vittima è resa impotente con l’utilizzo di droghe o di corde. Anzi, come mi aveva spigato bene la Dottoressa Santovecchi, le droghe più utilizzate dalle sette sataniche meglio organizzate, sono in grado di far rimanere coscienti le vittime rendendole nel contempo incapaci di muoversi. Il terrore che provano gli sventurati è un “ingrediente” fondamentale affinché il rito abbia successo. Sul corpo della donna, al contrario, non si sono riscontrate presenze di droghe (almeno per quello che ci è saputo) e nel momento dell’aggressione era libera, capace di difendersi.

Nel caso comunque l’inquirente sospetti che l’omicidio sia a sfondo satanico deve subito setacciare la scena del crimine per appurare la presenza di oggetti o simboli esoterici. Nell’articolo della rivista d’intelligence Gnosis (2005) si possono trovare delle utili indicazioni.

“ Il fatto satanista

La ‘scena’ dei delitti a sfondo satanico si presenta in modo variegato, a seconda dei rituali celebrati e, soprattutto, dell’originalità e fantasia degli officianti.
Riportiamo qui di seguito, parte di una scheda elaborata, per la polizia americana, da DaleGriffis, noto osservatore dei fatti satanisti.

Indizi che si trovano sul luogo del fatto in caso di pratiche di occultismo nero in generale:
– Segni di dissacrazione di simboli cristiani (croci invertite, oggetti sacri ai cristiani vandalizzati).
– Segni di utilizzazione rituale di oggetti sacri cristiani rubati, trattati in modo blasfemo.
– Uso di candele (specialmente colorate).
– Disegni e incisioni sul terreno e sulle mura di tipo satanico.
– Scritture in alfabeti non riconoscibili.
– Mutilazioni di animali, compresa la rimozione di parti del corpo come il cuore, la lingua, le orecchie.
– Segni di uso di parti di animali (piume, peli, ossa) per formare segni sul terreno.
– Assenza di sangue sul terreno dove si trova un animale ucciso o sulla carogna dell’animale sacrificale.
– Altare con tipici oggetti di culto satanico (candele colorate, calici, coltelli).
– Bambole di tipo woodoo mutilate o con spilli infissi.
– Coppe, boccali, pieni di polvere o di liquidi colorati.
– Crani umani con o senza candele fisse.
– Vestiti da cerimonia occultistica, specialmente se intensamente colorati in nero, bianco, scarlatto.
– Stanze addobbate in nero e in rosso.
– Libri sul satanismo, sul rituale magico, etc.

Nel caso di investigazioni su un omicidio, possono essere significativi questi indizi:
– Collocazione e posizione del cadavere.
– Mancanza di parti del cadavere.
– Posizione delle ferite o dei tagli sul cadavere.
– Bruciature o cicatrici di bruciature.
– Gocce di cera sulla vittima o sul terreno.
– Olio o incenso o profumi trovati sul cadavere.
– Residui animali o umani trovati sulla vittima.
– Sangue (macchie, quantità, etc.).
– Contenuto dello stomaco della vittima (sostanze assorbite).

Gli oggetti che dovrebbero essere sottoposti a sequestro in questi casi sono:
– Eventuali giochi di fantasy, libri sull’occulto, sfere di cristallo.
– Ceneri e residui di oggetti bruciati.
– Vestiti, ornamenti.
– Tamburi, gong, campane.
– Altari lignei, luoghi di sacrificio.
– Altari, coppe.
– Immagini falliche.
– Mazze lignee, spade, coltelli.
– Cuscini di velluto in colore scarlatto.
– Fruste per i bovini, gatto a nove code, mezzi per legare.
– Specchi.
– Maschere di animali (di solito di cartapesta).
– Guanti di satin o di velluto nero, per la mano destra.
– Anelli con grossi rubini o con pietra rossa da portarsi al pollice della mano destra.
– Apparati per preparare e bruciare incensi e profumi. Tinture per il corpo.
– Corone di metallo che possono portare quattro candele.
– Palme e felci.
– Ossa umane o animali, carne, sangue, specialmente crani o ossa lunghe oppure ossa delle dita.
– Bare.
– Libri rituali, libri neri, compreso il libro delle ombre.
– Medaglioni con simboli satanici o altra gioielleria dell’occulto.
– Piccoli animali in gabbia. Gabbie vuote.
– Armamentario per giochi di fantasia.
– Maschere di tipo halloween, tipo orrore; costumi dello stesso tipo.
– Cristalli in varie forme.
– Figurine di natura mitologica di metallo o di peltro.
– Posters di esseri mitologici e di animali, di esseri satireschi, di quadri d’incubo o di natura sadomasochistica, posters di idoli dello HMR satanico.
– Oggetti relativi alle arti marziali (per es. Niña).

[Si] suggerisce anche come procedere per le indagini sulla scena di un crimine rituale:
SCENA ESTERNA
Il perimetro esterno è talvolta segnalato con stringhe colorate, bianche, rosse e nere.
Possono rinvenirsi simboli tracciati sugli alberi, sui muri, etc. Se ne rilevi il colore.
Rilevare eventuali tinture per il corpo, bombe fumo, bombe a salve.
Cercare un circolo di nove piedi (o tre metri) di diametro all’interno del quale può esservi o no un pentagramma o un secondo circolo grosso modo di otto piedi (o 2 metri e mezzo) di diametro (le dimensioni saranno ridotte, se lo spazio è scarso). Il punto di osservazione può essere la punta o il lato più importante a sud della stessa poiché il pentagramma ha la punta o il lato più importante a sud. L’altare di solito è nel punto occidentale del circolo. Se vi è un anello che porta tracce di fuoco, sarà bene scavare al di sotto di esso per un metro (tre piedi), per accertare se sia stato sepolto qualcosa sotto il circolo.
Cercare se vi è un sentiero che conduce dal circolo ad una fonte d’acqua.
Cercare eventuali paletti usati per legare a terra la vittima con la testa rivolta verso l’acqua, bocconi, a braccia aperte. Cercare gabbie per animali e forche dalle quali possono pendere animali.
Fare attenzione a non entrare nel perimetro consacrato ritualmente se non dopo essersi accertati che non vi siano insidie.
ZONA INTERNA
Una volta nella zona interna (oltre a svolgere le stesse indagini che all’esterno) controllare se vi sono frigoriferi con contenitori che possano aver contenuto o contenere sangue. Esaminare la presenza di eventuali aghi ipodermici. Eventuali parti di corpo umano o animale. Comunque ogni particolare stravaganza o bizzarria può costituire un indizio di satanismo, quando corrisponde in qualche modo alla ideologia del satanismo stesso»” .

 

 

Nella scena del crime di Via Porta Medaglia (come in tutte quelle toccate dalla nostra inchiesta) non si sono riscontrare tracce di simili presenze. Proprio su questo delicato passaggio, sarebbe da porre una serie di domande agli inquirenti:

1-      I vestiti erano effettivamente quelli della donna?

In caso di risposta positiva ne potremmo dedurre che SI voleva in qualche modo mandare un esplicito messaggio a qualcuno, facendo riconoscere l’identità della vittima senza però farlo sapere alla polizia. In caso i vestiti non fossero i suoi, allora la dinamica assume una connotazione diversa. Niente avrebbe negato al SI di lasciare i resti della sventurata senza vestiti.

2-      Gli indumenti della donna riportano i segni delle coltellate?

Nel caso fossero presenti fori, allora gli indumenti sono quelli della donna ed è stata colpita mentre era vestita. Se il giubbotto e gli altri indumenti non presentano fori la ragione potrebbe essere la seguente: la donna era nuda. Perché? Forse perché era in compagnia di un cliente?

3-      Sulla pelle o negli indumenti della donna erano presenti tracce di colori, gesso o cera? Se simili tracce erano presenti esiste una remota possibilità che la donna fosse stata usata per un rito sacrificale. Solitamente le vittime vengono poste al centro di un cerchio con il pentagono tracciato da un gesso o altri colori. L’ipotesi, a mio avviso poco credibile, di una setta satanica ben organizzata.

4-      Che tipo di coltello ha usato il SI? Un coltello liscio o seghettato? Militare o da cucina? Da caccia?

5-      Dal tipo di fendenti effettuati dall’assassino si può evincere se è mancino o destroide.

Avere un simile dato potrebbe servire come riscontro/confronto per altri casi analoghi.

6-      La scientifica ha scoperto impronte sospette nel campo dove è stata ritrovata la donna? Nelle pagine precedenti abbiamo appurato trattarsi di un campo agricolo dove il terreno è morbido, ideale per lasciare impronte. Certo il SI potrebbe anche aver usufruito di scarpe non sue, con misura più grande.

Dal modus operandi, dalla capacità organizzativa e da quanto fatto sul corpo della vittima, il SI potrebbe essere un cacciatore, un ex militare o entrambe le cose. Trattandosi di un militare potrebbe aver visto e condotto azioni estreme, per questo escluderei un reparto italiano, per indirizzare gli sforzi su un esercito straniero e particolarmente “spietato”, attivo in campi di battaglia. Forse si tratta addirittura di un componente di un reparto paramilitare. Una crudeltà paragonabile al “macellaio dell’Ardeatina”, è stato riscontrato in alcune aree sotto il controllo dell’UCK al tempo della guerra Jugoslava, con il ritrovamento di corpi mutilati e privi d’organi nella famigerata “Yellow House”.  Molti di questi miliziani, con il concludersi del conflitto, si sono arruolati nelle file della criminalità organizzata albanese. Da tenere a considerazione quanto riportato da una famosa scrittrice albanese, Elvira Dones:

“…Era un padre come tanti altri padri albanesi ai quali erano scomparse le figlie, rapite, mutilate, appese a testa in giù in macellerie dismesse se osavano ribellarsi”.

Sembra una macabra fotografia di quanto accaduto alla vittima del “macellaio dell’Ardeatina”.

Basandosi su tali presupposti il nostro SI dovrebbe essere sulla cinquantina e ancora in buone condizioni fisiche. Non è da escludere possa trattarsi anche di due individui, magari uno più giovane e psicologicamente sottomesso. Sono rari i casi di coppie di serial killer ma l’ipotesi potrebbe avere un senso nella nostra indagine legata a questa lunga catena di omicidi (come vedremo tra breve). Sicuramente la donna ritrovata all’Ardeatina non è la sua prima vittima, un omicidio così strutturato con un elevato livello di sadismo porta a ritenere di trovarci di fronte a un SI maturo e organizzato. A confermarlo, almeno seguendo le casistiche, persino l’età della vittima (tra i 25-35 anni): gli SI più giovani tendono ad uccidere donne più vecchie di loro, al contrario dei serial killer più avanti con l’età.

Tra le molte supposizioni degli investigatori, trapelate dagli organi di stampa, anche la pista che vede coinvolto un cartello di narcos. La donna potrebbe essere stata quella che in gergo viene definita una “ovulatrice”. Si tratta di quei corrieri che ingeriscono capsule contenenti droga, per illudere la sicurezza degli aeroporti. Esperienze dovute ad arresti e notizie d’infiltrati suggeriscono che in questa categoria di corriere fanno parte gli incensurati, usati dai narcos per non destare attenzioni. Per pochi migliaia di dollari compiono lunghi viaggi dal sud America verso varie destinazioni, compreso le principali città europee. Sempre secondo gli investigatori, la donna potrebbe aver tentato di ingannare l’organizzazione che successivamente si sarebbe vendicata. Parte della eviscerazione sarebbe spiegata proprio con l’intento dei narcos di recuperare la droga all’interno della donna. Vero, la decapitazione e le amputazioni sono manifestazioni violente adoperate quasi quotidianamente in paesi come il Messico. Si tratta di una reminiscenza culturale del sud America legata ai sacrifici umani. Per capire adeguatamente la crudeltà applicata dai narcos nei confronti delle proprie vittime bisogna vedere foto censurate in Italia e studiarle nel dettaglio. Sono stato criticato più volte anche dai miei colleghi per ricerche avanzate di questo tipo, ma in certe inchieste una mera analisi teorica non è sufficiente. Trovai, ad esempio, una esecuzioni di zio e nipote avvenuta in Messico, applicata con un modus operandi simile a quello del “macellaio dell’Ardeatina”.

Ad una prima osservazione delle foto parrebbe non esserci dubbi sulla diretta responsabilità dei narcos anche per il caso romano. A farci riflettere sono però i particolari: in primis, tutte le vittime dei cartelli della droga sono legate. Si tratta di una esecuzione – punizione inflitta alla vittima che deve trascorrere gli ultimi istanti di vita con terrore. La donna ritrovata nell’Ardeatina, ricordiamo, poteva difendersi e non è stata legata.

Un ulteriore elemento in grado di avvalorare la tesi dei narcos è la mancanza (per quanto ne sappiamo) di un movente sessuale. La vittima dell’Ardeatina era vestita e con alta probabilità il lavoro del SI è stato eseguito senza spogliare la donna. È quanto fanno i narcos, raro vedere corpi mutilati completamente nudi. Raro ma non impossibile.

Una domanda deve trovare risposta: l’SI conosceva bene Via Porta Medaglia? Significative le dichiarazioni del proprietario del campo:

“Purtroppo il campo dove è stato abbandonato il corpo è l’unico della zona senza telecamere”

Coincidenza? Il SI aveva studiato adeguatamente il percorso? Parrebbe di si.

 

PER L’ITALIA IN CERCA DI TRACCE

“Se l’assassino o gli assassini sono in grado di colpire in varie città, per noi diventa complicato arrivare a identificarli e arrestarli”.

Viaggiare, indagare, parlare con gli addetti ai lavori, porta a capire il profondo significato di questa frase. Un concetto ben esposto nell’interressante saggio del Professor Vincenzo Maria Mastronardi e Ruben De Luca, “I serial Killer”:

“Il problema principale in un caso di omicidio seriale è senza dubbio l’accecamento per mancanza di comunicazione, ciò l’incapacità, da parte dell’investigatore, di “vedere” l’esistenza di uno stesso progetto strategico ed esecutivo in più casi di omicidio e la mancanza di una corretta comunicazione fra le diverse agenzie di controllo. Quando avviene un omicidio singolo, tutta l’attenzione degli investigatori è concentrata su quell’unico evento e non esiste alcun problema di giurisdizione: si occupa del caso l’agenzia di controllo che ha sede nel territorio in cui è avvenuto l’omicidio. In un caso di omicidio seriale, può succedere che l’assassino uccida vittime diverse in luoghi che ricadono sotto giurisdizioni diverse. In questa evenienza, per la buona riuscita dell’indagine, è indispensabile che gli agenti di polizia delle diverse zone in cui sono avvenuti i reati della stessa serie, condividano fra loro tutte le informazioni, anche quelle apparentemente ritenute poco importanti, mettendo al bando rivalità e gelosie professionali. Se manca la comunicazione, si verifica l’”accecamento” e questo fenomeno impedisce di affrontare adeguatamente e tempestivamente il caso, mentre l’identificazione precoce delle modalità esecutive del serial killer può facilitare di molto l’indagine, perché è possibile che, nei primi delitti, che costituiscono una specie di “fase di sperimentazione”, l’assassino commetta degli errori e lasci indizi abbastanza evidenti, se si effettua un’analisi puntuale della SC”  (Scena del Crimine, N.d.a).   

Un problema che ho riscontrato durante le mie ricerche.

Il treno partito per Firenze Santa Maria Novella mi stava portando a Bologna dove la mattina seguente, con l’autorizzazione del Pm Valter Giovannini, avrei consultato i fascicoli di un omicidio “anomalo”. Un altro. Ripresi gli appunti di una conversazione avuta con Bruno Zambon, addetto della Sas (Squadra Anti Sette) di Firenze.

 

48 ore prima.

Lo stesso titolo di un articolo de “La Nazione” datato luglio 2007, la dice lunga:

N A1 TRA BARBERINO E RONCOBILACCIO Sono di un cadavere disossato (la definizione tecnicamente più appropriata è scarnificazione, N.d.a) i resti trovati nell’area di sosta

E’ questo l’esito delle analisi medico-legali condotte sui resti umani che vennero scoperti da un camionista il 21 giugno 2006. Le ossa appartengono a una donna, non identificata, tra 20 e 30 anni, forse straniera. E spuntano scenari inquietanti: traffico d’organi, maniaco o rito satanico

E’ questo l’esito delle analisi medico-legali condotte sui resti umani che vennero scoperti da un camionista il 21 giugno 2006. Le ossa appartengono a una donna, non identificata, tra 20 e 30 anni, forse straniera. E spuntano scenari inquietanti: traffico d’organi, maniaco o rito satanico

Firenze, 21 agosto 2007 – Si tinge sempre più di giallo il mistero delle ossa trovate il 21 giugno del 2006 in un’area di sosta della A1 fra Barberino del Mugello e Roncobilaccio. I resti, infatti, sono appartenenti a un cadavere disossato: è questo l’esito delle analisi medico-legali condotte sui resti umani che vennero scoperti da un camionista, oltre il guard-rail della piazzola autostradale.

Nei giorni successivi al ritrovamento l’esame del Dna appurò che si trattava di ossa di donna che, al momento, non è stata identificata. In base a quanto emerso dalle analisi medico-legali, le ossa apparterrebbero a una donna tra i 20 e i 30 anni, alta fra il metro e 65 e il metro e 70. Gli investigatori della squadra mobile di Firenze non escludono che possa trattarsi diuna straniera, probabilmente irregolare. Mancano, infatti, riscontri fra i dati ricavati dalle ossa e quelli relativi a donne scomparse in Italia. La morte, probabilmente per omicidio, risalirebbe a circa un anno e mezzo prima del ritrovamento delle ossa.

Le ossa vennero trovate all’interno di sacchi dell’immondizia legate l’una all’altra. Si trattava di un terzo di scheletro e mancavano alcune vertebre, il cranio e parti di gambe e braccia. Gli investigatori della squadra mobile, coordinati dal pm della Procura di Firenze, Gabriele Mazzotta, stanno indagando per risalire all’identità della vittima, oltre che ovviamente all’autore e ai motivi del disossamento. Fra le ipotesi che circolano, alcune delle quali riportate sulla stampa fiorentina, quella che il ritrovamento dei resti umani possa essere legato ad un traffico di organi.

Non vengono escluse comunque altre ipotesi, fra le quali quella che il disossamento sia l’opera di un maniaco o che possa essere avvenuto nell’ambito di un rito satanico. Al momento non ci sarebbero elementi che privilegiano l’una o l’altra fra le ipotesi in campo. E il mistero, per ora, continua. “

Pochi giorni prima avevo inviato per e-mail i miei articoli a Zambon sperando in un suo parere sul possibile collegamento tra il caso del “macellaio dell’Ardeatina” e i resti ritrovati fra Barberino di Mugello e Roncobilaccio.

“In questi omicidi è quasi sempre presente un movente “esoterico””, mi spiegò al telefono con il suo inconfondibile accento toscano.

“Ti confermo che per quanto riguarda il caso dei resti ritrovati nei sacchi, appartengono a una donna bianca, probabilmente dell’est”.

“E’ stata congelata dopo l’omicidio?”

“Nessuna possibilità di scoprire se era stata congelata, non sono rimasti elementi organici… Mancano le mani e il cranio, indizi che hanno spostato le indagini da subito verso le sette sataniche”.

Cranio mancante anche questa volta, pensai.

“Purtroppo non è possibile constatare la causa del decesso”

“Quanti sacchi contenevo i resti umani? ”.

“Due”

E aggiunse

“Nessuna presenza di droghe… Per quanto riguarda la donna di Roma sarei propenso a seguire la stessa traccia. Non ho partecipato al caso, non conosco i particolari se non quello che ho appreso dai tuoi articoli e quindi non intendo sbilanciarmi. Sono d’accordo con te però sul modo in cui è stata uccisa la vittima, tre coltellate quando era ancora in grado di difendersi non rientra nel modus operandi di una setta”.

Ricordo che tra gli articoli inviati all’addetto della Sas c’era anche un intervista che avevo fatto ad una fonte. Lo ripropongo perché potrebbe esserci utile.

 

FILO DIRETTO CON LA MORTE

LA FONTE. Mi accorsi solo dopo venti secondi abbondanti di aver osservato, in preda ad un vuoto mentale assoluto, una maschera di legno africana. Simboleggiava una donna con lunghi capelli. Il suo volto dal lato sinistro appariva sfigurato da una lunga e vistosa cicatrice. In un’altro punto del muro, suddiviso da una porta con bordi di colore dorato, un’altra maschera. Raffigurava una sorte di demone dai lineamenti ambigui. Fu la ragazza che stavo attendendo a riportare la mia attenzione alla situazione. Fece un sorriso beffardo e con leggero tono saccente mi espose le sue considerazioni:

“Lucifero ha il dono di farti carezze di una tale dolcezza che non puoi immaginare. Può darti amore e calore più di ogni altro Dio ma è anche in grado di rovinarti con un solo sputo di disprezzo. Non accetta la debolezza e tanto meno il dubbio”.

La osservai con la stessa attenzione prestata precedentemente alla maschera di legno. Quella ragazza era da poco tempo il mio legame con il mondo del satanismo, la mia fonte se volete usare un termine freddo. Ingenuamente manifestai una considerazione che poteva comportare la sua disapprovazione (oltre due ore di viaggio a vuoto e un prezioso contributo andato in fumo):

“Ti sei mai domandata seriamente se in realtà non ci sia niente? Insomma, immagina per un secondo che tutto quello a cui credi siano storie per bambini. Guarda non lo dico riferendomi al tuo dio in particolare ma è un discorso valido per tutte le altre credenze. Se avessi ragione, tutta la tua vita sarebbe basata su un sogno e su delle fantasie. Non sarebbe più appropriato invece vivere semplicemente questa vita da persone libere? ”

Il suo volto fu pervaso da una vampata, con il dito toccò la maschera della donna seguendo la cicatrice in modo plateale ma elegante:

“Mi spaventa la tua idea della vita perché potresti incontrare forze terrificanti e non avresti rifugio. Non sono una crocerossina e quindi arrangiati e sguazza pure nell’ignoranza. Perché sei venuto a trovarmi? ”.

Dalla tasca della giacca di pelle sfilai il taccuino per farle vedere alcuni dei dati raccolti:

“Ti faccio vedere tre omicidi, zona di Lodi, Pavia e uno a Roma. A mio avviso potrebbero essere collegati tra loro. Le piste sono tante e quella del satanismo risulta una delle più credibili. Vorrei conoscere il tuo parere”.

Passarono dieci minuti di esposizione e discussione. I suoi piccoli occhi osservavano con avidità alcuni articoli di giornale e foto correlate. Solo dopo essere stata certa, mi riconsegno le foto e gli appunti domandandomi:

“E tu cosa ne pensi? ”.

“Beh, a mio avviso la pista è un’altra”.

“Un’altra rispetto al satanismo?” .

“Si. Ma è pur vero che i corpi ritrovati a Orio Litta (Lodi) e Inverno e Monteleone (Pavia) presentano amputazioni nelle mani. I satanisti usano le mani per i loro riti e solitamente sono le prime parti del corpo ad essere tagliate”.

La ragazza si guardò proprio le mani sfregandole luna all’altra dall’alto verso il basso:

“Cazzate Pier Paolo. Cazzate. Non devi prestare attenzione a queste cose e lo sai perché? Se vuoi capire veramente una autentica setta satanica devi renderti conto che di questa non traspare assolutamente niente fuori dal suo ambiente. Quello che reputate di sapere o è un falso indizio voluto, una coincidenza oppure supposizioni senza fondamento. Se ti concentri sulle mani vai fuori strada bello mio. È un altro il punto dove devi prestare attenzione. Se parli di resti umani, scarti di una setta satanica vera, allora ti devi concentrare sui sacchi di spazzatura”.

La interruppi bruscamente, come chi vuole evitare di udire lo stridio di un disco graffiato:

“Come?”.

“Quando senti di resti umani trovati in sacchi dell’immondizia allora puoi pensare a una setta ma non è questo il caso”.

“Vale anche per il cadavere trovato a Roma?”.

“Questo? ”.

Indicò la foto della donna del caso del “macellaio dell’Ardeatina”.

“Anche questo non centra niente con i figli di Lucifero. Ora però non cominciare a chiedermi la spiegazione di quello che ti ho appena detto perché te lo puoi scordare. Se non mi credi sopravvivo comunque”.

Non ho ancora capito se il suo carattere spigoloso e imprevedibile derivi da una forma di autodifesa o da un senso di superiorità. Mentre ritornavo a casa riflettevo che dopo tutto poteva anche avere ragione. In Italia ci furono una serie di omicidi legati al satanismo proprio come aveva descritto e altri casi non ancora risolti si presentavano sparsi in tutta la penisola. Non metterei mai la mano sul fuoco su quanto da lei affermato anche perché potrebbe trattarsi di un classico depistaggio. In fondo non ero andato a parlare con una povera fanciulla indifesa ma con una persona che nell’ambiente del satanismo ci sguazzava bene. A sua difesa però mi sento di precisare che in altre occasioni ho avuto modo di appurare quanto aveva sostenuto. Inoltre non ha mai voluto un euro, fattore che potrebbe essere paradossalmente interpretato anche come un’altra forma di depistaggio. “Ben venuti nel mondo delle inchieste e delle informazioni raccolte sul campo” riflettei. Il dubbio rimaneva e rimane tutt’ora ma le sue considerazioni valgono una seria riflessione. La pista della setta satanica lentamente cominciava nei miei pensieri a scemare.

COLLEGAMENTI. A possibile conferma di quanto detto dalla ragazza riporto un articolo che sintetizza una serie di morti misteriose che possono rientrare nel modus operandi da lei descritto.

“Una sequenza di corpi mutilati

08 giugno 2008 Repubblica— pagina 4 sezione: FIRENZE

C’ è in Italia una sequenza di delitti che sembrano avere una matrice comune e che restano per ora senza colpevoli. Negli ultimi dieci anni in varie regioni sono stati trovati cadaveri mutilati, e tutti privi del cranio e delle mani. Gli investigatori si chiedono da tempo se questi delitti abbiano una comune matrice, e se questa debba essere attribuita al satanismo. Fra il ‘ 99 e il 2000 in Abruzzo furono ritrovati i cadaveri mutilati di tre donne bianche. Da allora il mistero delle «donne spezzate» è rimasto irrisolto. Poco prima del Natale ‘ 99 in un bosco nei pressi di Macerata un cacciatore trovò in un grosso sacco nero il corpo di una donna senza testa, con le braccia legate dietro la schiena e le mani tagliate. Nell’ estate successiva, a distanza di dieci giorni, dal mare di fronte a Martinsicuro e a Vasto emersero il torace e le gambe di altre due donne spezzate. Nel luglio 2005 in una discarica di Lugo di Romagna emersero tre pezzi di una gamba. L’ esame del Dna rivelò che si trattava di parti del cadavere di un uomo di probabile origine orientale. Nel settembre 2005 nel bosco di Medeazza sul Carso, fra le province di Gorizia e Trieste, in vari sacchi furono ritrovati un torso e vari frammenti di femori. Anche in questo caso il cadavere era privo di cranio e di mani. Un’ ipotesi, che le indagini per ora non hanno potuto confermare, è che le vittime, probabilmente tutte straniere, siano state sacrificate nel corso di riti satanici.”

Ancora più inquietante potrebbe essere un accordo “sotto traccia” tra mafie straniere e sette sataniche di grande influenza e potere. Un passaggio, anche questo, che potrebbe esserci utile:

TRAFFICO D’ORGANI: TRA SETTA E MAFIA

SETTA INTERNAZIONALE Per una profonda comprensione delle dinamiche relative ad un fenomeno oscuro quale il satanismo, occorre disporre di una visuale a trecentosessanta gradi rivolta al mondo della criminalità. Come ogni grande organizzazione, anche una setta ha bisogno di tre elementi per “realizzare i suoi scopi”: ingenti possibilità economiche legate a supporti legali, basi logistiche sicure, personale efficiente e controllabile. Senza questi presupposti non parleremo di una fitta rete internazionale, bensì di sporadiche associazioni a delinquere. Impostare una inchiesta su sette che per loro natura tendono a nascondere ogni traccia non è semplice ma nemmeno impossibile. Cerchiamo, dunque, di osservare l’argomento sotto la lente di un satanista di alte sfere. La sua priorità si incarna in un messaggio potente e coinvolgente. Il rito a questo punto entra prepotentemente in scena come mezzo ancestrale per un controllo emotivo e collettivo degli adepti. Il rito per sua stessa natura più è invitante e più assume le connotazioni di una droga impossibile da evitare. Il sesso, il richiamo al potere non diventano solo ingredienti fondamentali del rito ma nel corso del tempo e della pratica tendono paradossalmente a scavalcarlo.

LA RICERCA DI DONNE Il primo grande sforzo di un satanismo internazionale diviene la ricerca di ragazze e bambini, materia prima, rispondenti a caratteristiche fisiche e psichiche precise. Al contrario di quanto sostengono la maggior parte delle persone e alcuni esponenti delle forze dell’ordine, le prostitute, le escort o semplici affiliate non sono adatte per entrare a far parte della “scuderia della setta”. Le motivazione sono semplici e logiche: occorrono donne pure, sacrificabili, schiave. Una escort o una prostituta da strada oltre ad apparire impura per un satanismo di alto livello, diviene anche pericolosa per la segretezza dell’organizzazione in quanto a sua volta la donna intraprende contatti con altri clienti, rischiando possibili interrogatori o arresti da parte della polizia. La logica induce quindi di procurarsi donne provenienti da paesi lontani, non rintracciabili da parenti e amici, a totale disposizione della setta. Donne con un unico destino finale: essere, dopo molteplici sedute, sacrificate. Non si può assumere il rischio di una loro fuga o di una loro confessione. Per realizzare una “scuderia personale” bisogna rapire le ragazze. Il satanista non lo farà mai, alla resa dei conti è un colletto bianco della società e non dispone delle tecniche e della capacità pratica per compiere il gesto.

L’ACCORDO CON LA MALA Entra in gioco la criminalità organizzata traducibile con mafia. Le principali mafie del mondo provengono dall’Italia ( ‘ndrangheta, cosa nostra, camorra, sacra corona unita), dalla Cina e dall’Est ( Russa e Albanese). Nel giro del satanismo va esclusa a priori la mafia italiana mentre le ultime due possono essere prese seriamente in considerazione. La mafia russa e quella albanese, ad esempio, sono specializzate nel commercio di schiave slave, materia ambita dai satanisti. Allacciare con loro rapporti di collaborazione risulta, se il richiedente offre solide garanzie economiche, tutt’altro che complesso. In Europa esistono diversi punti di commercio di schiave. I centri più affidabili sembrano risultare Novi Sad   (Serbia) e Velezde (Macedonia, controllata dalla mafia albanese). In questi luoghi le ragazze vengono smistate e inviate in vari paesi. Una minima parte è destinata alla vendita a privati, come nel caso dei nostri satanisti. In linea teorica il problema della fonte del materiale primo, le donne, è risolto. Anche se dopo qualche periodo le ragazze vengono uccise la mafia non reclamerà di certo, non sono più di loro appartenenza una volta effettuato l’acquisto, ma anzi troverà economicamente vantaggiose le nuove richieste da parte della setta. Per sbarazzarsi dei corpi esistono tre metodi di fondo. Il primo consiste in un finto suicidio, il secondo in un omicidio in strada simulando una rapina o uno stupro andato male, il terzo è il più raro ma eclatante: viene autorizzato solo in casi estremi ma se applicato senza errori può risultare assai vantaggioso per depistaggi o per incastrare altre sette fuori controllo (1). Stiamo parlando di un omicidio particolarmente cruento dove il corpo della vittima verrà collocato in modo tale, anche se apparentemente nascosto, da essere individuato dal mondo esterno. Può accadere che gli assassini usino pratiche, come lo scuoiamento, non conformi alla ritualistica della loro setta, usandone al contrario altre per condurre le forze dell’ordine su false piste. Solitamente vengono “sacrificate” altre sette più piccole e mal’organizzate, costituite prevalentemente da giovani elementi inesperti e eccessivamente visibili. Facilmente identificabili e accusabili. Da notare come diverse morti anche se mascherate, hanno dei tratti in comune con i metodi delle mafie (si ritorna prevalentemente a quella russa o albanese). Un indizio in grado di portarci a ritenere che i mandanti siano i componenti della setta in questione e gli esecutori siano i sicari mafiosi (già menzionato precedentemente il legame tra le due organizzazioni). Risulterebbe errato ritenere che componenti delle mafie dell’Est siano presenti anche all’interno delle file di sette sataniche. Nonostante fra loro possa esistere un forte legame collaborativo, il mafioso dell’Est è legato ai propri riti (ortodosso se russo, islamico se albanese) più di quanto la gente ritenga. Per loro è direttamente il Dio ad avergli conferito la grazia del potere e non certo un demone. Altro fattore importante: le mafie dell’Est possiedono una propria iniziazione specifica tendente a escludere altre forme di associazione. È un regolamento categorico molte volte impresso perfino nella loro pelle da tatuaggi distintivi.

L’INQUIETANTE TEOREMA Le mafie dell’est, soprattutto quella russa, si distingue anche per altre “doti” particolarmente invitanti per i satanisti. Possiedono numerose ville in tutta Europa (molte in Italia). Le ville vengono usate dalle grandi e ricche sette sataniste per effettuare comodamente le loro riunioni? Non stupirebbe se pagassero un “affitto” in zone sicure e controllate dalla mafia russa. L’altro elemento deriva dalla specializzazione delle organizzazioni criminale nel commercio di organi. A suon di logica non è difficile supporre che i satanisti lascino i corpi delle vittime sacrificali ai mafiosi che a loro volta provvedono a rivendere gli organi. Non dobbiamo escludere l’ipotesi che l’affitto delle ville sia pagato proprio attraverso cadaveri. Si forma un giro di guadagni e favori illimitato, sinergico e accomodante per entrambi. ( i colletti bianchi offrirebbero perfino protezione legale alla mafia in questione). Un inquietante teorema che vale la pena approfondire per vedere quanto ci possa essere di vero. Certo è che se confermato aprirebbe a nuovi scenari e offrirebbe risposte su casi ancora irrisolti.

(1) le sette piccole e non collegate con quelle internazionali usano i loro affiliati per i riti, compresi i propri figli. È uno dei motivi per cui alla fine vengono identificati: molti componenti di simili sette si pentono diventando di fatto collaboratori delle forze dell’ordine. Le grandi sette hanno la loro scuderia.

Mi sono interrogato a lungo sul motivo che abbia spinto il SI (sempre se si tratta dello stesso per tutti gli omicidi) nel far rinvenire i resti di alcuni corpi dentro sacchetti di plastica nera e altri, al contrario,  abbandonati con ancora i vestiti. Perché quei sacchi? Possono esserci almeno due spiegazioni. Il loro utilizzo potrebbe essere semplicemente funzionale, un mezzo che permette di spostare i resti in modo rapido e sicuro. Un loro impiego farebbe ritenere il SI vivere ancora una fase di insicurezza, intimorito da imprevisti e dalla cattura. Solo l’evoluzione, il proseguo della sua carriera, gli avrebbe offerto quella padronanza necessaria per fargli abbandonare l’utilizzo dei sacchi. Una ipotesi supportata anche dalla cronologia degli omicidi, dove vede gli ultimi corpi abbandonati senza la presenza dei sacchi. È oramai chiaro che ci troviamo di fronte ad un SI propenso a sfidare gli inquirenti.

La seconda ipotesi gioca invece su dinamiche emotive. I sacchi di nailon sono utilizzati dalla gente comune per raccogliere la spazzatura. Riempirli con resti umani implicherebbe un disprezzo verso la vittima. Cosa significa? Il SI conosceva e provava una qualche forma di “emozione” nei confronti della vittima dell’Ardeatina? Difficile confermare o negare. La cura e il tempo utilizzato per “lavorare” il corpo della donna ha rivelato certamente interesse da parte del SI. Il filo di ferro va poi interpretato come una firma?

 

Bologna, primi di luglio del 2014. In quei giorni la città si presentava come un grande cantiere a cielo aperto. Insieme alla Santovecchi procedevamo a ricostruire pazientemente le scie di delitti confacenti al modus operandi del “macellaio dell’Ardeatina”. Nel bolognese erano stati trovati, in due diverse discariche, resti umani. Avevamo pertanto stilato una lista di domande con la speranza di trovare risposte nei fascicoli della Procura. Tutti i quesiti, per una questione di praticità, gli avevo poi schematizzati in un immagine raffigurante un arto, quello ritrovato dagli inquirenti.

Speravo di incontrare di persona il Pm Valter Giovannini, contattato qualche tempo prima, ma purtroppo quel giorno non si trovava nell’edificio. Un Pm di grande professionalità, avevo sempre seguito con interesse le sue indagini sulla famigerata banda della uno bianca. Quando “bazzichi” per le Procure ti accorgi fin dalle prime battute il tipo di procuratore che hai di fronte. Giovannini sa il fatto suo e lo appurai anche per come aveva gestito il caso che andremo a descrivere.

Erano le nove del mattino quando il Maresciallo Devastato mi consegnò il fascicolo. Una nota riassumeva bene quanto accaduto: … Alla seconda puntata

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