ALL’ISIS SERVE UN GOVERNO DI UNITA’ NAZIONALE IN LIBIA?

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Febbraio 2, 2015 by Pierpaolo Santi

Di: Pier Paolo Santi

Tutti sono a conoscenza dell’ incursione terroristica al hotel Corinthia di Tripoli che ha causato la morte di 12 persone. La maggior parte degli analisti concordano che l’attacco è stato progettato per boicottare il tentativo di mediazione tra i due governi libici, quello di Tripoli e Tobruk. Siamo certi che si tratti della giusta conclusione? Cerchiamo di capire se sono presenti altre dinamiche che possono aver spinto i terroristi a colpire. Se l’obiettivo dell’Isis consiste nell’evitare che Tripoli si riavvicini al parlamento di Tobruk (quello riconosciuto e appoggiato dall’occidente) non avrebbe dovuto progettare un simile attentato che in verità potrebbe portare a lungo termine ad un effetto opposto. Difficile immaginare a cosa stesse pensando Omar El Khadrawi (ex sottosegretario all’interno) quando sostenne che l’attentato era stato condotto da nostalgici di Gheddafi.

Dobbiamo porci un quesito se vogliamo prevedere i futuri scenari: In Libia, chi è il primo vero nemico dell’ Isis?

Non certo il governo di Tobruk, considerato palesemente filoccidentale e quindi facilmente attaccabile dal punto di vista propagandistico. Il vero nemico è paradossalmente il governo di Tripoli composto prevalentemente da islamisti che pur non essendo estremisti quanto i seguaci del califfato, possono raggiungere alti livelli di ostilità nei confronti degli occidentali (nel prossimo articolo cercheremo di approfondire le numerose fazioni in gioco). Per l’Isis, dunque, rappresentano un potenziale problema quanto lo è AlNuṣra in Siria. Il tentativo dell’Isis sembra quello di screditare l’estremismo e la causa del governo di Tripoli per farsi gli unici paladini in difesa della fede. Un passaggio in grado di spiegare perché l’Isis rappresentato-alleato in loco da Ansar Al Sharia (ma anche in questo caso esistono tra i due delle sfumature importanti) in verità trovi vantaggioso un riavvicinamento tra il governo di Tripoli e quello di Tobruk. Ad Ansar Al Sharia non conviene che il governo di Tripoli aumenti la propria popolarità con azioni mirate come la concessione delle riserve di farina presenti nei magazzini governativi. Dobbiamo renderci conto che in Libia le alleanze tra jihadisti sono sempre ambigue e non sarebbe corretto, come invece si legge spesso, riportare superficialmente che il governo di Tripoli e Al Sharia sono uniti contro Tobruk. Le divisioni sono visibili anche a Derna, roccaforte del califfato, dove le brigate Abu Salim si contrappongono agli uomini dell’Isis perché considerati una sorta di invasori e per il timore di passare, sempre come fazione estremista, in secondo piano.

Gli occidentali, europei ma soprattutto gli italiani (stiamo facendo un ottimo lavoro sul campo risultando un punto di riferimento diplomatico) devono prevedere anche questo scenario usandolo a proprio vantaggio.

Si potrebbe obiettare che una coalizione dei due governi contro l’Isis in Libia, rappresenti un ostacolo insormontabile per i terroristi. No per diversi fattori:

1-     Si calcola che le fila dei seguaci del califfato in Libia tendano ad aumentare esponenzialmente soprattutto con rinforzi da parte di stranieri provenienti dai confini e dal resto del Medio Oriente.

2-     Uno scontro porterebbe a spingere molti estremisti libici non ancora schierati a rafforzare le fila dell’Isis e di Al-Sharia, con azioni anche di guerriglia nelle proprie città, allargando quindi le zone del conflitto (stile Iraq prima del 2010).

3-     I due governi anche se coalizzati contro il terrorismo, potrebbero operare in modo discontinuo e disorganizzato sul campo, rischiando pesanti perdite e una sconfitta politica. Possibilità valida anche se i negoziati di Ginevra andassero a buon fine con la creazione di un governo di unità nazionale. In un simile scenario potrebbero intervenire attivamente forze armate occidentali o dei paesi alleati (Tunisia, Arabia Saudita, Egitto, Algeria), rischiando però un ulteriore contenzioso con il governo di Tripoli o con quella parte di popolazione non ancora schierata che vedrebbe l’atto come una invasione sotto traccia. Teniamo a mente che un’altra fazione legata ad Aqmi (Al Qaeda) e presente nel Mali, Ansar Eddine, ha spostato le proprie basi nel sud della Libia. Un ulteriore pericoli per la stabilità.

Una cosa è certa: non possiamo permettere una divisione del territorio libico, un governo di unità nazionale è fondamentale ma nello stesso tempo dobbiamo evitare anche lo scenario appena proposto. Dobbiamo fomentare la divisione come quella venutesi a creare a Derna tra fazioni jihadiste, con operazioni d’intelligence mirate e alcune forme di investimento “particolare” (non valida per l’Isis). Il pericolo numero uno è proprio l’Isis, le altre fazioni arrivano in un secondo momento ma dovranno essere ufficialmente combattute solo dai libici “ragionevoli” o messe a tacere con un accordo stabile e duraturo se troppo legate a Tripoli. L’intelligence è attualmente l’unica arma: agire di nascosto, dare il merito ai libici “ragionevoli”, non passare da invasori e portare a casa un risultato.

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